Un giallo storico avvincente e ricco di umanità, che mescola ironia, misteri e colpi di scena, con un terzetto di improbabili investigatori

Il libro in una frase

Una storia intrigante scritta con un linguaggio semplice, a metà strada tra il giallo storico e il racconto popolare, di quelle da leggere se possibile con il sorriso sulle labbra. E no: a tentare di risolvere l’imbroglio non sarà il solito prete investigatore (ma al massimo la sua governante…).

Amici di scaffale 

Andrea Camilleri, Pablo Tusset.

Segni particolari 

Un giovane (e improbabile) prete che riceve un’improvvisa quanto inspiegabile promozione; una serie di misteri; un’astuta popolana, e tanti personaggi e maschere che animano un paesino del Sud Italia. Su tutti, naturalmente, il diavolo!

Dove e quando

Italia meridionale, metà del secolo XVI. In piena Controriforma, tra misteri e superstizioni, bigottismo e libertinaggio, e dove il mistico e il profano camminano fianco a fianco.

Tag 

#salento #giallostoricomanontroppo #vogliosaperecomevaafinire

Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore: 

Una volta scritto va valutato, certo, ma io non sono un professionista del settore e non mi andava di affidarlo al giudizio degli amici (perché rischiare di rovinare un’amicizia?), né di qualcuno pagato per farlo (che gusto ci sarebbe?). Mettersi in gioco, accettare commenti e giudizi, positivi e negativi, e tutto questo in forma anonima: difficile immaginare di meglio!

“L’affare delle galline” di Francesco Greco: tre investigatori poco convenzionali nella Puglia in piena Controriforma

Processioni, dicerie, giochi di potere e segreti sepolti. E poi un terzetto di improbabili investigatori.

È questo, in breve, ciò che racchiudono le pagine di L’affare delle galline – La prima indagine di don Galeazzo e dell’adorabile Agnese (per non parlare di Vituccio il sagrestano), libro finalista al Torneo letterario IoScrittore, promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol e dalle sue case editrici, ora in uscita in ebook.

copertina di L'affare delle galline

Alla firma del romanzo troviamo Francesco Greco, classe ’73 e nato a Galatina, in provincia di Lecce.

Sulla scelta di partecipare al Torneo l’autore racconta: “Una volta scritto va valutato, ma io non sono un professionista del settore e non mi andava di affidarlo al giudizio degli amici (perché rischiare di rovinare un’amicizia?), né di qualcuno pagato per farlo (che gusto ci sarebbe)?”, aggiungendo: “Mettersi in gioco, accettare commenti e giudizi, positivi e negativi, e tutto questo in forma anonima: difficile immaginare di meglio”.

La trama del romanzo 

Ci troviamo nel Salento del 1556, in piena Controriforma, tra misteri e superstizioni, bigottismo e libertinaggio, e “dove il mistico e il profano camminano fianco a fianco”.

Nel paesino di Lucugnano si sono susseguiti una serie di eventi inspiegabili che scuotono la comunità: tutte le galline della vedova Veneziano vengono trovate morte, accatastate come in un macabro suicidio collettivo; il Cristo affrescato in una cappella si è capovolto nel corso di una notte, e la paura del demonio serpeggia tra le stradine assolate.

È in mezzo a questo caos che compare il protagonista di questa storia: don Galeazzo, l’atteso curato, che si presenta con una tonaca prestata dalle suore e una certa propensione a cacciarsi nei guai.

E, infatti, al suo arrivo si ritrova a guidare un’indagine accompagnato da due investigatori poco convenzionali: Vituccio, sacrestano di buona volontà ma di scarso acume, e la coraggiosa e ribelle Agnese, domestica dal passato tormentato.

L’affare delle galline è una storia a metà strada tra il giallo storico e il racconto popolare, scritta con un linguaggio semplice e con protagonisti personaggi bizzarri e insoliti.

Fonte: www.illibraio.it

“Una danza rituale contro il dolore”: il potere della scrittura per Matilde Falasca

La scrittura è una delle modalità umane, la più intuitiva nel mio caso, di imprimere alle cose definizione, senso, dignità.

E cosa, più di quel dolore, era indefinito e insensato e indegno? Non una ragione che lo giustificasse, nessun provento dall’averlo subito, né un nome in grado di dimensionarlo – serve una dimensione, a noi corpi, perché qualcosa si faccia attraversabile.

Dopo essere stata attraversata, io sì, dal caos, per me era prioritario scriverne il malessere scaturito: non conoscevo altro modo per identificarlo, per riconoscerlo e cioè, anche, dargli riconoscimento.

In questo si consuma il primo momento di separazione da una sofferenza, nel “voglio che mi sia riconosciuto” preteso con l’animo di chi si è saputo abbandonato e ora ha ritrovato un inizio di calore nell’orgoglio. Nel desiderio che gli altri sappiano quanto speciale è stato il proprio dolore, che almeno lo intuiscano da quella stessa capacità di ascoltarli e smentire la loro convinzione di specialità: “lo so, ma ti capisco, anche a me è successo”.

Il fatto è che, quando stiamo male, tendiamo a fraintendere l’impreparazione alla sofferenza con una sua presunta eccezionalità, a credere che l’isolamento in cui d’un tratto ci ritroviamo chiusi dipenda da una connaturata incomunicabilità del nostro stato, e non, piuttosto, dalla nostra difficoltà a comprenderlo. Negli scorsi mesi, un inaspettato maestro mi ha insegnato che le cose restano incomunicabili, o incomprensibili, solo finché non si raccapezzano le parole per dirle. Che l’indicibile non esiste, non nei nostri pensieri almeno.

È nell’interesse della paura persuaderci che le parole non siano capaci, mentre le stesse parole – cattive o troppe o mancanti – sono quanto rende la paura a tal punto spaventosa. Panico, depressione, ansia, dissociazione, solitudine, tristezza, trauma: poco importano quali denominazioni si possano rintracciare nelle storie di Andrea e Camilla. La soluzione non solo le singole parole, con i loro perimetri, ma il modo in cui esse interagiscono, la complessità dei loro corpi che vengono a contatto.

“Scrivere quel malessere è stato terapeutico”

Ecco, in fin dei conti, scrivere quel malessere è stato terapeutico non tanto perché, grazie alle parole, ho potuto focalizzarlo, ma perché, parola per parola, ho coreografato una danza rituale contro il dolore: raccontare non è stata una spiegazione, ma una lavanda di parole contro l’intossicazione di altre parole. È stato un dire ancora – di più o con ordine o in modo diverso – per rassettare ciò che prima mi ero detta, ridetta, fino a farne una sicurezza: “sono anormale”, “è tutto finito”.

La bellezza straordinaria del linguaggio è che, per quanto consenta di delimitare e articolare e strutturare, l’organizzazione che stabilisce non è mai immutabile: per sopravvivere, ogni parola necessita di continuare a muoversi fra le voci e i silenzi dei parlanti, di mutare nel percorrerli e, mutando, demolire, edificare, riconfermare o modificare quanto può. Questo movimento tra le persone, questo confronto, l’unica condizione. Senza confronto non potremmo scorgere le malattie, è vero, ma non ne avremmo nemmeno le cure.

Matilde Falasca Una foto dell’autrice

La cagionevolezza di noi giovani 

È forse qui, in una carenza di confronto, che ristagna la cagionevolezza di noi giovani, sistematicamente più esposti ai disturbi psichici rispetto alle generazioni precedenti. Nel mondo interconnesso dei social network in cui, ogni momento, qualsiasi esperienza diventa condivisibile e disponibile, il tempo nasconde i suoi argini e gli eventi si rapprendono in contenuti senza valore autonomo, da maneggiare perché fruttino: la realtà, con tutta la sua – a volte pericolosa, a volte salvifica – scivolosità, si scolla da noi, e le vite non hanno più su che fluire.

Il confronto, che scorre e si assorbe, non può farlo e viene presto sostituito dalla più solida pubblicazione, eclatante quanto rigida: permette lo scambio, ma controllato, stabile sull’invariabile segmentazione in profili virtuali, che non ne vengono compromessi. Ma noi vogliamo restare profili anche fuori dal virtuale, vogliamo decidere quali scritte applicarci addosso, quali pezzi di canzoni, in quante fotografie fissare il nostro vissuto, la nostra identità, e così distribuirci agli altri in modo quanto più accattivante.

Il tranello della visibilità che impone di possedersi al massimo per elargirsi al massimo: tutti dipendenti dallo sguardo – non la partecipazione – degli altri, non esistiamo non visti. E quando invece la nostra esistenza non vista reclama di essere almeno ascoltata, quando viene a mancare l’equilibrio e bisogna ricostruirlo, allora, se siamo disabituati a partecipare con le cose, l’urto si fa più brusco. Allora, se siamo disabituati alla compromissione, al rischio di trasformarci senza consenso e quindi, talvolta, di sparire, moriamo per davvero.

copertina del romanzo Ancora settembre di Matilde Falasca

 

L’AUTRICE – Ancora settembre (Hacca edizioni) è il secondo romanzo di una scrittrice giovanissima, Matilde Falasca, che ha esordito a 17 anni con Giulio Perrone, con Puoi chiamarmi Emma.

Nata nel 2004, Falasca è attualmente iscritta a Lettere Classiche.

Il suo secondo romanzo racconta la storia di Camilla e Andrea (e chi ruota loro intorno) nel passaggio dalle superiori all’università, scavando sugli attacchi di panico di lei e sulla depressione di lui. La storia si apre con i due che ancora non si conoscono: Camilla frequenta l’ultimo anno del liceo mentre Andrea è iscritto alla facoltà di storia.

Entrambi sono accomunati dalla paura “di rompere il fragile equilibrio che li tiene in piedi, che li fa respirare, vivere nonostante tutto”. La ragazza è attanagliata dall’ansia – così la chiamano i suoi genitori – mentre lui sembra essere sprofondato in un abisso in seguito alla morte del nonno.

Ancora settembre è un romanzo di formazione che racconta “il loro crescere delicato, la volontà di restare se stessi anche nel panico, anche nella depressione”. E narra la sofferenza di una giovinezza “che si sta disabituando alla vita”.

Fonte: www.illibraio.it

Una storia di perdite e segreti e di un legame che resiste nonostante tutto

Il libro in una frase 

“Il filo rosso” è un viaggio introspettivo nelle intime pieghe di un legame imperfetto. 

Amici di scaffale

“Il filo rosso” potrebbe essere ritenuto affine a romanzi che affrontano relazioni di coppie disfunzionali. 

Segni particolari

Ne “Il filo rosso” i protagonisti non sono perfetti e patinati. Tutt’altro. Sono petulanti, egoisti, cinici, incapaci per lo più di una autocritica costruttiva. I loro comportamenti, poi, sono spesse volte discutibili e infastidenti. 

Il filo rosso non è una storia di predestinazione, ma assurge a copertura di una inconsistenza emotiva il cui risultato finale è un “noi” soffocante e asimmetrico. 

Dove e quando

Firenze, 2000-2025

Tag

Instagram: studio_leg_forgione

Facebook: https://www.facebook.com/raffaella.forgione.77

Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore

Ho sempre amato scrivere e ancor più leggere. In un momento particolare della mia vita ho scritto di getto questa storia. Credevo che nessuno l’avrebbe letta e per un po’ è stato così. Col tempo però ho avvertito in maniera sempre più pressante l’esigenza di sapere cosa ne potesse pensare il resto del mondo di Asia e Marco. La garanzia di anonimato era perfetta per il mio scopo: a leggere il romanzo e a giudicarlo non sarebbe stato un caro amico o un parente, ma qualcuno che non conosceva nulla di me e con il suo giudizio non avrebbe temuto di ferirmi. Ho partecipato per curiosità e per gioco. Inaspettatamente il gioco si è trasformato in una bella realtà. 

“Il filo rosso” di Raffaella Forgione: un viaggio introspettivo nelle pieghe di un legame imperfetto

“Una storia di perdite e segreti e di un legame che resiste nonostante tutto”. A raccontarla, Raffaella Forgione, classe 1988, protagonista al torneo letterario IoScrittore, promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Il suo romanzo, Il filo rosso, esce ora in edizione ebook.

L’autrice, che fa l’avvocato, vive a Pistoia e sulla sua esperienza al torneo ha raccontato: “Ho sempre amato scrivere e ancor più leggere. In un momento particolare della mia vita ho scritto di getto questa storia. Credevo che nessuno l’avrebbe letta e per un po’ è stato così. Col tempo, però, ho avvertito in maniera sempre più pressante l’esigenza di sapere cosa ne potesse pensare il resto del mondo, di Asia e Marco. La garanzia di anonimato alla base di IoScrittore era perfetta per il mio scopo: a leggere il romanzo e a giudicarlo non sarebbe stato un amico o un parente, ma qualcuno che non conosceva nulla di me, e che con il suo giudizio non avrebbe temuto di ferirmi. Ho partecipato per curiosità e per gioco. Inaspettatamente il gioco si è trasformato in una bella realtà…”.

copertina del libro Il filo rosso di Raffaella Forgione

La trama di Il filo rosso

“Ci sono incontri che segnano la vita come cicatrici invisibili, legami che, come un filo rosso, si formano nel silenzio e si spezzano e si riannodano nel rumore del dolore”. Asia è una giovane donna che lavora come cameriera in un ristorante di Firenze, dove i giorni si susseguono uguali tra ordini da prendere e clienti di passaggio. Marco è giornalista televisivo di successo, una presenza enigmatica, un uomo che sembra abitare un mondo parallelo, irraggiungibile eppure magnetico.

Quando i loro sguardi si incrociano, qualcosa si spezza e qualcosa inizia: un legame fatto di silenzi carichi di tensione, di gesti sospesi, di una complicità che non trova mai il coraggio di dichiararsi apertamente. Tra piogge battenti e notti insonni, ricordi dolorosi e fragili speranze, Asia e Marco si cercano e si perdono, intrappolati in un gioco di attrazione e fuga che sembra non avere fine.

Sullo sfondo, le ombre del passato di Asia: una madre perduta tra le nebbie della malattia, una sorella scomparsa troppo presto, un padre distante che non sa come amare. E poi c’è il Mostro, la malattia, quella presenza oscura che si insinua nella vita e trasforma ogni certezza in sabbia che scivola tra le dita.

Forgione firma un romanzo sulla fragilità dell’esistenza e sulla difficoltà di amare quando il dolore sembra l’unica lingua conosciuta, che  accompagna nel cuore più oscuro dell’animo umano…

Fonte: www.illibraio.it