Frasi sulla primavera, alcune fra le più belle tratte dalla letteratura

Colori, suoni, emozioni: ogni anno, quando ritorna la primavera, sembra di riscoprirli per la prima volta dopo un tempo immemorabile, come se la stagione fredda che ci siamo appena lasciati alle spalle fosse durata un’eternità.

Ed ecco che ci ritroviamo d’un tratto pieni di energie, pervasi dal buonumore e soprattutto grati alla natura per la possibilità che abbiamo di vederla sbocciare nuovamente, accompagnandola verso una rinascita che forse, sotto sotto, è un po’ anche la nostra.

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Per celebrare il suo ritorno e per riscoprirne la bellezza prendendo in prestito le parole di alcuni scrittori e scrittrici di tutti i tempi, ecco allora alcune delle frasi più belle sulla primavera tratte dalla letteratura, in una selezione che va da Rainer Maria Rilke ad Alda Merini, passando per Anne Bradstreet, Emily DickinsonLev N. Tolstoj

Frasi sulla primavera tratte dalla letteratura

Impossibile non prendere le mosse da Alda Merini (1931-2009), la poetessa milanese nata proprio nel giorno dell’equinozio di primavera – a cui non a caso ha dedicato un’evocativa poesia dal titolo Sono nata il ventuno a primavera, che è tratta da Il suono dell’ombra – Poesie e prose (1953-2009) (Mondadori, a cura di Ambrogio Borsani) e che inizia così:

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Una delle frasi sulla primavera di Alda Merini

Altrettanto suggestivi sono i versi del poeta tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926), il quale nei suoi Sonetti a Orfeo (Garzanti, traduzione di Rina Sara Virgillito) ne scrive uno contenente una di quelle frasi sulla primavera che, nella loro semplicità, sarebbero però capaci di affascinare e sorprendere chiunque. Ci riferiamo al Sonetto 1, XXI, che si apre come segue:

Ritorna primavera. Ed è la terra
come un bimbo che sa le poesie.

Se tanta meraviglia per la bella stagione sembra pervadere gli intellettuali di tutto il mondo e di tutte le epoche, la poetessa inglese Anne Bradstreet (1612-1672) – la prima a essere vissuta nelle colonie americane dell’Inghilterra e a pubblicare le sue opere – ci tiene a ricordarci in un breve passo contenuto in Meditations Divine and Moral (testo edito negli Stati Uniti nel 1664) che:

Se non ci fosse l’inverno, la primavera non sarebbe così piacevole.

Una delle frasi sulla primavera di Anne Bradstreet

Come dicevamo all’inizio, infatti, anche se servono interi mesi di preparazione affinché la terra possa tornare rigogliosa, la percezione comune è che la primavera ci colga sempre impreparati, come in Anni con mio padre (Jouvence, prefazione di Daniel Gilles) la memorialista Tat’jana L. Tolstoj (1864-1950), figlia di Lev N. Tolstoj (1828-1910), ci racconta che un giorno constatò suo padre:

Fatta una passeggiata a cavallo… Primavera straordinariamente gradevole. Ogni volta non riesco a credere ai miei occhi. È possibile che tutta quella bellezza nasca dal niente?

A quanto pare, peraltro, ciò che scriveva Tolstoj non solo è possibile, ma accade più spesso di quanto potremmo immaginare. A darcene conferma sono i versi di Un chimico, un brano musicale che, essendo stato composto da un cantautore del calibro di Fabrizio De André (1940-1999), potremmo comunque inserire nel novero delle frasi sulla primavera tratte dalla letteratura:

Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura.
Ha le labbra di carne e i capelli di grano:
che paura, che voglia che ti prenda per mano!
Che paura, che voglia che ti porti lontano… 

Una citazione del cantautore Fabrizio De André

Del resto, nonostante i segnali che la annunciano siano sempre uguali, ogni primavera ci infonde un benessere diverso dal solito, coinvolgendoci come se fosse la prima volta e come se anche per noi si preannunciasse una nuova vita, proprio come notava nel 1931 l’autore inglese Theodore Francis Powys (1875-1953) nel suo Il mietitore di Dodder (Mondadori, traduzione di Elio Vittorini):

La primavera è sempre, a tutti, una rinascita.

Lo credeva anche Friedrich Hölderlin (1770-1843), importante poeta e scrittore tedesco del XVIII secolo, che nel romanzo epistolare Iperione o l’eremita in Grecia (Feltrinelli, a cura di Giovanni Vittorio Amoretti) espresse un pensiero evidentemente condiviso in tante epoche e parti del mondo, mettendo nero su bianco una frase sulla primavera nella forma di un’efficace domanda retorica:

Chi non aspira alle gioie dell’amore e a grandi cose, quando nell’occhio del cielo e nel seno della terra ritorna la primavera?

Per questo, probabilmente, il noto scrittore brasiliano Paulo Coelho (Rio de Janeiro, 1947) è convinto che la speranza e la primavera siano una cosa sola, e che l’arrivo della bella stagione possa portare con sé una freschezza e una forza nuove, capaci di risollevarci gradualmente dall’eventuale torpore del nostro inverno, come scriveva nel 2010 nel romanzo L’Aleph (La Nave di Teseo, traduzione di Rita Desti):

Quando ci sentiamo deboli, tutto ciò che dobbiamo fare è aspettare un po’. La primavera torna, le nevi dell’inverno si sciolgono e le loro acque ci infondono nuova energia.

Una citazione tratta da "L'Aleph" di Paulo Coelho

E concludiamo con un’altra poesia, stavolta in senso stretto, dedicata a sua volta alla stagione dei fiori: si chiama A ogni incontro con la primavera ed è frutto dell’ingegno della scrittrice inglese Emily Dickinson (1830-1886), nella cui raccolta Poesie (Bompiani, traduzione di Ariodante Marianni) non mancano toccanti impressioni ispirate proprio al miracolo della natura

A ogni incontro con la primavera
non so star quieta – sorge il desiderio
antico, un’ansia mista ad un’attesa
una promessa di bellezza
e una gara di tutto il mio essere
con qualcosa che in essa si nasconde.

Fonte: www.illibraio.it

“Love, Mom”: un thriller psicologico costruito su un gioco di specchi

Iliana Xander, un’autrice sconosciuta, e un romanzo implacabile, Love, Mom.

Un thriller psicologico, carico di suspense, che ha conquistato lettrici e lettori negli Usa prima in versione autopubblicata e poi in libreria. E che ora è in fase di pubblicazione in 35 Paesi.

In Italia, il libro dell’autrice, che utilizza uno pseudonimo, è uscito con Longanesi ed è arrivato subito nei piani altissimi della classifica.

Come sottolinea la scrittrice Antonella Lattanzi nella sua recensione su La Lettura del Corriere della Sera, in questo romanzo c’è qualcosa che porta gli echi di Misery di Stephen King e quelli di Gone Girl di Gillian Flynn, nascondendo anche una riflessione sulla scrittura: “Che differenza c’è tra la scrittura e la vita? Tra biografia e realtà? In che modo l’io, il nome, la persona spariscono e diventano scrittura? Quello che a prima vista può sembrare solo un page-tuner (cioè un libro che si legge d’un fiato, una pagina dopo l’altra) è qualcosa di più: un modo, come dire, per chiederci di noi”. 

La trama di Love, mom

E veniamo alla trama di Love, mom: una scrittrice di fama mondiale muore improvvisamente. I detective ipotizzano una caduta nel bosco, un epilogo facile e veloce; ma è realmente questa la causa della morte di Elizabeth Casper? O il misterioso incidente nasconde dell’altro, che forse qualcuno vuole mantenere segreto? In questa storia la figlia, Mackenzie, è costretta a confrontarsi con una verità scomoda.

Elizabeth, che ha sempre firmato i suoi libri come E.V. Renge (anagramma di revenge, vendetta), ha lasciato anche un marito, Ben. Ci sono naturalmente anche tanti altri personaggi, tra cui la madre di Ben; e ancora, c’è Ej, l’amico nerd di Mackenzie, oltre ad altre figure che nel corso della vicenda Mackenzie dovrà imparare a riconoscere come alleati o avversari nella sua battaglia per la verità.

“Un’autrice sotto pseudonimo scrive di un’autrice sotto pseudonimo. Si direbbe, un gioco di scatole. Come la scrittura, come la vita…”, afferma sempre Lattanzi.

Love, mom esplora il rapporto conflittuale tra madre e figlia: più autrice che madre, più attenta alla stima dei suoi ammiratori che a essere una figura di supporto per la figlia. Una madre distante, fredda, a tratti quasi crudele, amata e venerata da milioni di lettrici e lettori.

Va anche detto che la notizia della sua morte non scuote più di tanto la giovane Mackenzie (e in realtà nessuno in particolare della famiglia). Per lei è come se fosse morta un’estranea. 

Si assiste a un funerale quasi “telecomandato”, basato su accordi firmati per pubblicizzare “l’evento” e aumentare le vendite dei libri, perfino in una tale circostanza. Mackenzie riesce a sfuggire agli sguardi invadenti dei partecipanti, ma appena arriva alla macchina trova sul sedile una busta, con l’intestazione che recita Dalla tua fan numero 1. All’interno ci sono delle pagine tratte dal diario privato di Elizabeth e, in cima ad esse, nella grafia della madre, c’è scritto: Vuoi sapere un segreto? Con amore, mamma.

Ma quale amore? E, soprattutto, quale segreto? Da quel momento, tutto è destinato a cambiare: continuano ad arrivare altre lettere, sconvolgendo sempre più la giovane, e man mano che i tasselli si uniscono Mackenzie è costretta a confrontarsi con un passato che non conosceva, sempre più colmo di vuoti, di reticenze. Ma, soprattutto, di segreti.

Chi era realmente Elizabeth Casper? Chi sta cercando di farglielo scoprire? E chi, invece, vuole nasconderglielo a qualunque costo? Per dare una risposta a tutte queste domande, Mackenzie dovrà spingersi ben oltre la sua immaginazione, fin dove non avrebbe mai pensato di arrivare…

Copertina del libro "Love mom" di Iliana Xander

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

LETTERA #1

Quando sei giovane non ti innamori dei bravi ragazzi. Ti innamori dei ragazzi sbagliati.

Il primo amore può essere tossico. A volte ti ostini e non vuoi uscirne. Ben Casper è stato proprio questo per me.

Perché mi sono innamorata di lui? Bella domanda. Il presente è spesso un mosaico delle nostre decisioni passate. Non definirei il mio passato un errore. Tuttalpiù una terribile catena di eventi. Ma non anticipiamo troppo.

Il punto è che tutti, nel mio passato, sono stati egoisti. E Ben? Ben aveva il dono di far sentire speciali le persone che aveva attorno. È stato il primo a offrirmi quel tipico genere di attenzioni che fanno perdere la testa alle ragazze.

E io ho perso la testa.

Ero all’ultimo anno di Scrittura creativa. Vivevo in Nebraska, a Old Bow, una cittadina universitaria che si estendeva per tre chilometri attorno alla via principale ed era circondata da boschi rigogliosi. In un posto del genere, il mio passato non mi avrebbe raggiunta, o così almeno credevo.

La prima volta che vidi Ben fu al bar del campus. Ero davanti al distributore automatico e lui incrociò il mio sguardo.

«Carino il rossetto» mi disse con un cenno. «Rosso fragola.»

Non rosso sangue, come dicevano tutti, ma rosso fragola. Può un uomo essere più romantico di così?

Lui mi fece uno dei suoi sorrisi adolescenziali e io in quella sala che puzzava di chiuso mi sentii come travolta da una ventata d’aria fresca. Quel sorriso era una promessa di risate, di passeggiate mano nella mano e, forse, di un profondo dolore. Ma tu non pensi al dolore, né che quel ragazzo è palesemente troppo bello per te, né al fatto che i suoi amici, seduti dalla parte opposta della sala, ridacchiano e ti lanciano occhiatine sprezzanti. Non ti importa perché, quando il ragazzo torna al tavolo, si volta, ti sorride di nuovo e ammicca, è impossibile fermare il battito accelerato del cuore e le farfalle nello stomaco e il vortice impazzito di pensieri e immagini di quel che potrebbe succedere se lui si interessasse davvero a te.

E lui si è interessato davvero a me.

Una settimana dopo, rividi Ben nell’Aula Seminari. Stavolta era da solo, senza amici a rubarmi la sua attenzione.

«Ehi, Fragola!» mi chiamò.

Le gambe stavano per cedermi e quando mi si avvicinò ricominciò lo sfarfallio traditore allo stomaco.

«Sei arrivata prima al concorso per il miglior racconto, vero?»

Non potei fare a meno di arrossire. «Sì.»

«Complimenti!»

«Grazie.»

«Diventerai la nuova Sylvia Plath.»

Per la gioia, il mio cuore accelerò: gli piaceva la letteratura. Ignorai il fatto che al campus era la settimana dedicata a Sylvia Plath; c’era scritto anche sulla bacheca dei trofei alle nostre spalle.

«Continua così, Miss Elizabeth Dunn.»

Il mio nome. Nessuno pronunciandolo l’aveva mai reso tanto interessante. Il mio cuore voleva balzare fuori dal petto e atterrare ai suoi piedi… Sapeva come mi chiamavo. Ignorai il fatto che anche il mio nome era scritto sulla bacheca dei trofei, accanto alla mia fotografia.

«Chiamami pure Lizzy.»

«Lizzy?»

«Lizzy» ripetei.

Lui sorrise. «Io sono Ben.»

Lo so. «Ciao, Ben.»

«Ciao, Lizzy. Ne hai scritti altri, di racconti interessanti?»

«Ti piacerebbe leggerli?»

«Certo! Adoro le storie scritte bene.»

Ben non leggeva mai e il primo anno rischiò la bocciatura in Inglese II. Questo però io l’avrei scoperto in seguito. Come tante altre cose. Per esempio, che in quasi tutti gli esami prendeva voti bassissimi. Che i suoi genitori benestanti gli finanziavano il percorso fino alla laurea. Che aveva già un problema con l’alcol. Che nessun’azienda l’aveva accettato per lo stage. Che i suoi amici, la cricca degli studenti più popolari, mi prendevano in giro. Che sono stata il suo piccolo segreto per mesi, finché abbiamo perso completamente il controllo delle nostre vite e la catastrofe si è abbattuta su di noi.

No, tutto questo l’avrei scoperto solo in seguito.

Quel giorno, mentre ero lì vicina a lui, il mio cuore affamato lo implorò di restare a parlare con me per un altro minuto.

C’era qualcosa, in Ben, che costringeva le persone a fissarlo. La sua risata era il suono più meraviglioso del mondo. Il suo sorriso con le fossette mi fece tremare le gambe. Quando infine mi chiese di dargli il numero del mio cercapersone, «mi piacerebbe leggere altri tuoi racconti», io farfugliai qualcosa e arrossii. Non avevo il cercapersone, soltanto il telefono di casa.

Un giorno avrei messo per iscritto la nostra prima volta, e la seconda, e la terza, i giorni felici e le notti insonni, i sorrisi schivi e le lacrime amare, le nostre uscite allegre e un tradimento infame.

Quella sera stessa mi venne a prendere a casa, mi portò a cena nel suo ristorante preferito e poi al cinema. Dopo il film, comprammo una bottiglia di vino e dei liquori mignon e andammo a casa mia, uno squallido monolocale nello stesso edificio di un minimarket. Lui non sembrò affatto colpito da quanto era minuscolo il mio appartamento. Volevo che lo vedesse, sapevo che poteva essere il nostro primo e ultimo appuntamento ed ero pronta ad accettarlo. Di quella notte avrei scritto per mesi, pensai.

Bevemmo, ridemmo e poi lui mi attirò a sé.

«Di fragola hanno anche il sapore?» sussurrò sfiorando le mie labbra color fragola, poi le baciò e aggiunse: «Non farò niente che tu non vuoi».

Di lì a un’ora, eravamo nudi e lui fece tutto quello che volevo che facesse.

Durante la notte, si sdraiò sul letto e io mi sedetti accanto a lui a leggergli degli estratti del romanzo che stavo scrivendo da anni. Mi fissava con i suoi occhi azzurri luminosi, pieni di ammirazione, e io ero al settimo cielo.

Cresciuta in una casa-famiglia, ero sempre stata una ragazza solitaria ed ero entrata nel mondo degli adulti con niente in tasca e un appartamento in una casa popolare. Ma ero sveglia. Facevo tre lavori. Mi laureai alla triennale e ottenni una borsa di studio completa. Ero determinata ad affrancarmi da quella vita schifosa.

Quella notte, ero talmente smaniosa di fare colpo su Ben da raccontargli il mio unico sogno. «Un’agente letteraria si è interessata al mio romanzo.»

Lui si mostrò subito entusiasta. «Davvero? Grande! Quindi lo pubblicherai?»

Io scrollai timidamente le spalle. «Lo spero. L’agente ha contattato varie case editrici. Dice che il mio romanzo è strepitoso.»

Lui mi strinse e mi baciò e mi ribaciò, mi baciò ovunque, mi fece ridere e perdere la testa e finalmente, dopo tutti gli orribili fatti successi nella casa-famiglia, la mia vita stava ingranando.

«Sei…» si scostò a guardarmi come se fossi il tesoro più inestimabile che avesse mai visto, «meravigliosa, Lizzy Dunn.»

Mi fissò per un tempo che mi parve lunghissimo, con il suo sguardo magnetico che ancora non riuscivo a decifrare, anche se poi imparai.

Con mia grande sorpresa, la settimana successiva Ben tornò e anche quella dopo. Di solito, arrivava a tarda notte. Leggermente brillo, sempre allegro, con il suo sorriso sognante mi sussurrava «ciao, Lizzy, tesoro mio», facevamo l’amore, poi lui mi chiedeva di leggergli qualcosa di mio e mi riempiva di complimenti. Le donne impazziscono per i complimenti.

Adorava i miei lunghi capelli neri con la frangia. E il mio rossetto color fragola. «Sei la sosia di Kat Von D.» Adorava le mie storie e i colpi di scena con cui cercavo costantemente di impressionarlo.

Io e Ben eravamo come il giorno e la notte. Io non avevo amici a parte John, il ragazzo che lavorava nel bar della zona.

Ben, invece, era un tipo senza pensieri, un festaiolo. Sapevo che con i suoi amici non mi sarei mai trovata. Ci uscii qualche volta, ma poi una delle ragazze, ubriaca, mi disse: «L’unico motivo per cui Ben non ti lascia è il tuo talento. Altrimenti, non la vedrebbe nemmeno una come te».

In fondo, questo io lo sapevo già. C’è chi ha la bellezza. Altri hanno il talento. Non volevo gli amici di Ben. Volevo Ben, qualcuno che fosse solo mio. E non volevo espormi, attirare l’attenzione. Sapevo quali potevano essere le conseguenze. Mi era già capitato una volta. Ero contenta di vivere nell’ombra.

Non dissi mai a nessuno dei tre ragazzi a Brimmville, ai tempi della casa-famiglia, di quello che mi avevano fatto. Nessuno doveva conoscere il mio passato. Di certo, non Ben.

Tu sì, però.

Come al solito corro troppo, mia adorabile ragazza.

Ben veniva da una famiglia ricca ma non aveva alcun merito. Il suo unico talento era il sorriso: abbagliante, seducente, dolce e all’occorrenza dispiaciuto. Ovunque si rivolgesse quel sorriso, la gente si voltava. Era il suo dono. Il suo unico dono, direi. E quindi lui si circondava di persone popolari e talvolta talentuose, per sopperire alla propria mancanza di personalità.

Questo io l’ho capito soltanto dopo. Quando ho scoperto come si comportava alle mie spalle, ormai ero innamorata persa. Arrivò allora il primo tremendo colpo, ma io volevo assolutamente che tutto si sistemasse.

Andava tutto a gonfie vele, ma poi lei è entrata nella nostra vita, ha affondato gli artigli acuminati nel suo cuore e nella mia mente e ha riportato alla luce il mio passato.

Lei mi ha fatto fare cose che non avrei mai fatto. Ha tirato fuori il peggio di me. Ha disseppellito i miei vecchi peccati.

Ma mi ha fatto anche scrivere le mie storie migliori.

Quindi, ecco.

Adesso questo segreto sarà tuo.

Gli altri, magari, ti diranno un sacco di bugie. Diffonderanno orribili pettegolezzi sul mio passato. Ma questo, questo diario, dice la verità.

(continua in libreria…)

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Fonte: www.illibraio.it

La memoria è un filo che attraversa il tempo, intrecciando vite lontane

Il libro in una frase

“Gemma collegava ogni difetto del presente a un cortocircuito dell’infanzia, quasi i legami fossero una linea retta. Lo sapeva lei per prima che, a guardarla da vicino, quella linea era fatta di punti che tentavano di fuggire verso direzioni opposte ma restavano attaccati per effetto di un magnetismo sporco di sangue.”

Amici di scaffale

I vicini di scaffale potrebbero essere tutti i libri che parlano di identità sepolte dalla guerra, di rapporto tra padri e figli e di sete di verità. Mi vengono in mente volumi di autori di lingua spagnola: “Soldati di Salamina” di Javier Cercas, le storie di Almudena Grandes, Marta Dillon con “Aparecida”.

Segni particolari

Gemma, la protagonista, è una traduttrice che lavora nel mondo dell’audiovisivo senza certezze sul futuro. L’invisibilità del mestiere del traduttore segna la percezione che ha di sé, ma è anche la spinta per affermarsi. 

La determinazione a riconoscere e svelare la verità si sovrappone ai traumi del passato che continuano a macchiare il suo presente. Così la ricerca delle identità che la guerra e la dittatura hanno cercato di cancellare diventa per Gemma la chiave per reinterpretare la propria storia e il rapporto con la propria famiglia.

Dove e quando

La storia si svolge tra il 2017 e il 2018 ed è ambientata a Roma, dove Gemma vive, e a Toledo, città che la protagonista esplora alla ricerca della verità su una coppia scomparsa durante la Guerra Civile spagnola e che marcherà indelebilmente il suo futuro.

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Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore

La partecipazione è stata una sfida dopo tre anni di riscritture, volevo conoscere l’opinione dei lettori sul romanzo ed ero curiosa di scoprire cosa avrebbero percepito della storia e del personaggio di Gemma. È stato molto utile leggere i giudizi: spesso intendiamo la scrittura come una pratica solitaria, mentre il confronto è essenziale.

“La traduttrice del silenzio” di Valentina Cagnazzo: da IoScrittore all’ebook, un libro sul potere della memoria

Una traduttrice nell’ombra e un romanzo spagnolo che si lega alla Guerra Civile: questi alcuni degli elementi chiave di La traduttrice del silenzio di Valentina Cagnazzo, un romanzo sulla forza delle donne, sul peso del passato e sulla possibilità di rinascere attraverso la parola e la memoria. Il libro, finalista al Torneo letterario IoScrittore (promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol e dalle sue case editrici), e ora in uscita in ebook.

Cagnazzo vive in provincia di Pordenone ed è legata alle lingue: insegna infatti spagnolo al Liceo Linguistico e attualmente sta studiando il finlandese.

copertina di La traduttrice nel silenzio

Il suo esordio, racconta di una traduttrice dell’audiovisivo, Gemma De Angelis, doppiamente imbrigliata nel concetto dell’invisibile, così vicino a chi si occupa di traduzione. Gemma, infatti, traduce dialoghi di film e serie tv per conto di una collega che ci mette il nome. Vive sola a Roma, e trascorre la sua vita tra scadenze, lavoretti precari e sottopagati e traumi provenienti dal passato che si riflettono sul presente.

“Gemma collegava ogni difetto del presente a un cortocircuito dell’infanzia, quasi i legami fossero una linea retta. Lo sapeva lei per prima che, a guardarla da vicino, quella linea era fatta di punti che tentavano di fuggire verso direzioni opposte ma restavano attaccati per effetto di un magnetismo sporco di sangue”.

Ma quando si imbatte in un romanzo spagnolo, Misión, la situazione comincia a cambiare. Il libro narra del ritrovamento in una fossa di dieci corpi fucilati durante la Guerra Civile. Lo stile crudo e spoglio di quelle pagine la colpiscono profondamente e la spingono a tradurre il romanzo, affacciandosi su un passato fatto di violenza e dignità. Per effettuare al meglio la traduzione, Gemma si sposterà a Toledo dove, in compagnia di Pilar – l’archeologa che ha diretto gli scavi- e Raúl, – un giornalista la cui storia familiare è legata a quella dei corpi sepolti – scoprirà che la memoria non è solo un esercizio intellettuale, ma un ponte tra generazioni, un modo per dare voce a chi è stato dimenticato.

Tra fotografie sbiadite, bugie venute a galla e familiari in attesa della verità da decenni la traduttrice avrà dinnanzi una nuova prospettiva: quella in cui la rinascita di chi non si arrende è possibile.

Fonte: www.illibraio.it

Sherlock Holmes: storia ed evoluzione del celebre investigatore

Se ci venisse chiesto di immaginarci un detective, probabilmente apparirebbe nella nostra mente un uomo con un lungo cappotto, una pipa, un insolito cappello e una lente d’ingrandimento. E se ci venisse domandato il nome di quell’uomo, non esiteremmo a rispondere: Sherlock Holmes, il detective londinese.

Nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), Sherlock Holmes è il personaggio che più di tutti ha contribuito a formare nella mente dei lettori del XXI secolo (ma non solo) il prototipo dell’investigatore. A partire dalla sua prima apparizione, nel romanzo del 1887 Uno studio in rosso, la sua popolarità non ha fatto che crescere, anche grazie ai successivi contributi di letteratura, teatro e cinema, che hanno reso il detective di Baker Street quello che conosciamo oggi.

Quando parliamo di Sherlock Holmes, quindi, ci riferiamo a un vero e proprio fenomeno culturale, che influenza il nostro presente e il nostro modo di pensare al genere giallo.

Ripercorriamo dunque la nascita e l’evoluzione di questo personaggio, le sue caratteristiche più iconiche e le sue avventure, oltre che gli innumerevoli adattamenti che lo vedono protagonista.

Chi è Sherlock Holmes?

Sherlock Holmes è un consulente investigativo, cioè un detective privato che si occupa di risolvere i casi di persone che necessitano delle sue deduzioni: sparizioni, morti inspiegabili, furti, assassinii e molto altro. Non accade però di rado che Holmes si interessi ad alcuni casi su richiesta degli investigatori di Scotland Yard, districando misteri apparentemente irrisolvibili grazie alle sue incredibili capacità. In questo senso, il nome più noto ai lettori è quello dell’ispettore Lestrade, le cui abilità investigative, però, non attirano molto la stima di Sherlock.

Il detective vive a Londra, al 221B di Baker Street (un numero civico che all’epoca non esisteva nemmeno), in un appartamento che inizialmente condivide con il dottor John Watson, medico dell’esercito britannico rimasto ferito nella guerra in Afghanistan del 1880. È proprio Watson, attento osservatore dei ragionamenti e dei comportamenti dell’amico, a raccontare in prima persona gran parte delle loro avventure.

Sherlock Holmes Museum Baker street “The Sherlock Holmes Museum”, aperto nel 1990, sorge su Baker Street. Anche se riporta il civico 221b, il museo si trova in realtà al numero 239

L’aspetto fisico di Holmes viene descritto in diverse occasioni, facendo riferimento alla sua agilità e forza, che lo rendono anche un eccellente pugile e spadaccino. In particolare, in Uno studio in rosso leggiamo: “Il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino conferiva alla sua espressione un’aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell’uomo d’azione”. Nonostante ciò, le sue mani, “invariabilmente macchiate d’inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato”.

Le conoscenze di Sherlock Holmes sono quasi completamente rivolte al suo lavoro: è un esperto di chimica, di cui si serve per esperimenti e analisi dei materiali, e possiede buone conoscenze di anatomia e di biologia. Inoltre, ha una fitta rete di informatori che gli permette di rimanere sempre aggiornato su ciò che accade nel mondo criminale londinese. D’altra parte, però, a volte risulta meno aggiornato su vari aspetti della vita sociale e politica, e non conosce granché l’astronomia e la fisica.

Suona il violino, e, come gran parte degli uomini della sua epoca, fuma la pipa. È invece più insolito ai nostri occhi (ma sicuramente meno a quelli di un lettore di fine ‘800) il suo uso di morfina e cocaina, che utilizza per superare la noia e l’inattività tra un caso e l’altro.

Un capitolo a parte servirebbe per descrivere le straordinarie capacità deduttive di Sherlock Holmes, e il suo modo di comprendere svariate informazioni solo osservando attentamente la realtà, alla ricerca di dettagli nascosti agli occhi degli altri: una macchia su una mano, un rammendo su un cappello, l’impronta di un piede. Uno dei pochi personaggi a competere con le sue abilità (anche se troppo pigro per metterle davvero in pratica) è suo fratello maggiore, Mycroft Holmes, importante funzionario del governo.

La mente di Sherlock è analitica e rigorosa: è molto nota la frase in cui afferma che “una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”. Il detective segue la logica e non si lascia sviare dalle emozioni, ma non per questo non possiede dei principi morali. Spesso infatti prende la decisione di non denunciare un crimine commesso da chi considera nel giusto, e la sua continua ricerca della verità lo porta a difendere fino alla fine chi reputa innocente.

Al contrario di Watson, sposato (probabilmente più di una volta) e molto attento al genere femminile, Holmes non è interessato alle relazioni. L’unica donna a catturare la sua ammirazione (oltre a essere l’unica ad averlo battuto) è Irene Adler, apparsa una sola volta nel racconto Uno scandalo in Boemia, ma in grado di lasciare un segno nella storia del personaggio: “Per Sherlock Holmes ella è sempre la donna. Raramente l’ho sentito accennare a lei in un altro modo…”.

Un altro iconico rivale di Holmes è certamente lo spietato professor Moriarty, “il Napoleone del crimine”, subdolo orchestratore di centinaia di delitti, al centro di un’intricata rete criminale che controlla da lontano.

Passiamo ora a osservare più da vicino l’evoluzione del personaggio attraverso le sue numerose investigazioni.

 Dalle origini al caso letterario

Arthur Conan Doyle fa nascere la figura di Sherlock Holmes nel 1887, con il già citato Uno studio in rosso, il primo di quattro romanzi che vedono protagonisti il detective londinese e il medico John Watson.

Con le sue opere Doyle riprende il genere del giallo deduttivo, inaugurato da Edgar Allan Poe con I delitti della rue Morgue. Diventa così uno dei fondatori del genere, contribuendo alla definizione di alcuni dei meccanismi usati ancora oggi dagli scrittori di libri gialli.

Sherlock Holmes Uno studio in rosso

Il successo delle investigazioni di Sherlock Holmes crebbe nel corso degli anni, a partire dal secondo romanzo Il segno dei quattro (1890) e a seguire con le raccolte di racconti, Le avventure di Sherlock Holmes (1892) e Le memorie di Sherlock Holmes (1894), apparsi sulla rivista The Strand Magazine. È proprio grazie alle illustrazioni che appaiono sulla rivista, a opera del disegnatore Sidney Paget, che si afferma l’uso del cappello da caccia deerstalker (mai menzionato nelle storie) per rappresentare il detective: una scelta che arriva fino ai giorni nostri.

Nelle intenzioni di Doyle, il racconto che chiude la raccolta del 1894, L’ultima avventura (in originale The final problem) avrebbe dovuto essere davvero l’ultima avventura del celebre investigatore, che nella lotta contro il famigerato professor Moriarty sarebbe dovuto morire, precipitando assieme a lui in un burrone.

Il rapporto tra Sherlock Holmes e il suo creatore fu conflittuale e ambivalente: Doyle avrebbe preferito dedicarsi ad altri generi, come quello del fantastico, dell’avventura e dell’orrore, e la decisione di uccidere il detective fu legata alla volontà di liberare la mente dalla sua presenza ingombrante.

Ma Doyle non aveva previsto la reazione dei lettori, che fu immediata e intensa: Sherlock Holmes era ormai divenuto un caso letterario, e il pubblico si ribellò alla sua morte, rivolgendo la sua indignazione contro The Strand Magazine e contro lo stesso autore. Osserviamo così quanto il personaggio avesse guadagnato sempre più influenza, diventando un vero e proprio “fenomeno pop”.

Facciamo allora un salto avanti fino al 1901, anno in cui Doyle, cedendo alle pressioni di pubblico ed editore, pubblicò a puntate Il mastino dei Baskerville, il terzo romanzo sul detective di Baker Street, ambientato prima della sua morte, in una brughiera nebbiosa attraversata dalla maledizione di un terribile mastino. A questo libro seguirono i racconti della raccolta Il ritorno di Sherlock Holmes (1905), che segnano l’effettivo “ritorno in vita” di Holmes, il quale spiega di aver finto la sua morte e di essere pronto a tornare in attività.

La valle della paura (1915), l’ultimo romanzo di Sherlock Holmes, assume toni più di tesi e avvincenti, mentre nella raccolta L’ultimo saluto (1917) veniamo a sapere che il detective si è ritirato in pensione fuori città.

L’effettiva ultima pubblicazione riguardante l’investigatore inglese risale al 1927, con Il taccuino di Sherlock Holmes: qui, eccezionalmente, due racconti sono narrati dal punto di vista dello stesso Holmes, che si congeda così dal lettore, dopo 40 anni esatti.

Questa però non è che una piccola parte della sua storia. Col passare degli anni, infatti, le generazioni successive hanno dimostrato il loro amore per il detective londinese tramite citazioni, omaggi, rivisitazioni e adattamenti, che hanno arricchito di dettagli la sua personalità e il suo mondo.

 Sherlock Holmes nella letteratura

Gli scritti apocrifi realizzati dopo la morte di Doyle sono innumerevoli, soprattutto in seguito allo scadere dei diritti d’autore. Questi testi approfondiscono periodi della vita di Holmes non trattati dall’autore, oppure recuperano la sua storia in modo innovativo e inedito. Sherlock Holmes è stato ripreso e omaggiato da molti autori successivi a Doyle, che dalle sue avventure hanno tratto ispirazione per costruire nuove storie intriganti.

Esempio emblematico quello di Umberto Eco, che nel suo celebre romanzo Il nome della rosa (Bompiani, 1980) si ispira a Holmes per tratteggiare il personaggio di Guglielmo da Baskerville: un erudito frate francescano, che con la sua origine rimanda chiaramente al romanzo di Doyle Il mastino dei Baskerville, e che come il detective di Baker Street possiede una mente rigorosa e brillante, adatta alle investigazioni.

il nome della rosa di umberto eco

Parlando ancora di grandi nomi della letteratura contemporanea, nel 1999 Stephen King rievoca la figura di Sherlock in uno dei racconti della sua raccolta Incubi e deliri (Sperling & Kupfer, traduzione di Tullio Dobner), dove il dottor Watson ricorda l’unica occasione in cui è riuscito a battere Holmes nella soluzione di un caso.

Le vicende del giovane Sherlock sono trattate dallo scrittore e sceneggiatore canadese Shane Peacock, che dal 2007 ha creato una serie di romanzi sul giovane Sherlock Holmes, pubblicati in Italia da Feltrinelli.

Per concludere questa breve panoramica sul personaggio di Holmes nella letteratura, passiamo alla serie di Enola Holmes, di Nancy Springer, incentrata sulle vicende della sorella minore di Sherlock e Mycroft, Enola. Questo  personaggio, non presente nei racconti e romanzi originali, è protagonista di sei libri (in Italia pubblicati da DeAgostini) e di due adattamenti cinematografici per Netflix, rispettivamente usciti nel 2020 e nel 2022.

Enola Holmes

Sherlock Holmes: film, serie tv e altri adattamenti

Sherlock Holmes è stato uno dei personaggi letterari più celebrati dalla settima arte, ma la sua fortuna comincia ancora prima, sul palcoscenico, dato che già nel 1899 il detective è protagonista del dramma teatrale Sherlock Holmes, scritto in collaborazione con lo stesso Doyle e interpretato dall’attore e drammaturgo William Gillette.

È qui che probabilmente si fonda un altro dei tormentoni che lo riguardano: “Elementare, Watson!“, chi non l’ha mai sentito dire? Questa frase, in realtà, non viene mai pronunciata nei romanzi di Arthur Conan Doyle, ma si è gradualmente affermata nelle successive rappresentazioni cinematografiche (e quindi nella nostra cultura) come uno dei principali motti dell’investigatore.

Uno dei nomi più conosciuti per aver vestito i panni di Sherlock Holmes è quello di Basil Rathbone, che tra il 1939 e il 1946 realizza quattordici film, cristallizzando l’aspetto slanciato e longilineo di Holmes nella mente degli spettatori.

Il nome dell’attore britannico, inoltre, fa da ispirazione anche per il personaggio di Basil l’investigatopo (1986), il piccolo topo detective che nell’omonimo film Disney vive proprio a Baker Street, sotto la casa di Sherlock Holmes, e che come lui risolve misteri di ogni genere.

A oggi, l’adattamento cinematografico forse più conosciuto è quello diretto da Guy Ritchie nel 2009, con Robert Downey Jr. e Jude Law a interpretare Holmes e Watson. Questa pellicola, ambientata nel 1890, presenta un Holmes meno distaccato ma altrettanto geniale, oltre che una rivisitazione del personaggio di Irene Adler, avvenente e scaltra ladra con cui Holmes ha una relazione. Il film ha avuto anche un seguito, Sherlock Holmes – Gioco di ombre (2011) che presenta invece il personaggio del professor Moriarty.

Sherlock Holmes il film

Ma Holmes non è stato al centro dell’attenzione solo sul grande schermo: appare in diverse serie televisive, tra cui una per la BBC già nel 1964. Ed è sempre la BBC a realizzare nel 2010 la serie tv Sherlock, ambientata ai giorni nostri e liberamente tratta dai romanzi e racconti originali, con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Questa serie prende spunto dagli intrecci costruiti da Doyle e crea uno Sherlock contemporaneo, eccentrico, geniale e asociale. L’episodio Uno studio in rosa, chiaramente ispirato a Uno studio in rosso, inaugura la prima di quattro stagioni.

Anche Elementary (2012-2019) porta Holmes nei tempi moderni, ma sposta le sue indagini a New York, dove il detective (interpretato da Jonny Lee Miller), appena uscito da una clinica di riabilitazione, collabora con la polizia. Lo affianca la sua terapista di riabilitazione, la chirurga Watson, interpretata da Lucy Liu.

locandina di Young Sherlock

Tra gli adattamenti che si occupano del famoso detective anche la serie tv Amazon Prime Young Sherlock. Diretta dal regista britannico Guy Ritchie (che citavamo in precedenza per il film Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. Jude Law), la serie porta sul piccolo schermo una versione giovane e ribelle del personaggio nato dalla penna di Arthur Conan Doyle, alle prese con la sua prima indagine. Incentrato su una misteriosa vicenda che si dipana su più livelli e svela una cospirazione che attraversa il globo, Young Sherlock vede nel cast stellare Hero Fiennes Tiffin (Sherlock Holmes), Donal Finn (James Moriarty), Max Irons (Mycroft Holmes), Colin Firth (Sir Bucephalus Hodge), Zine Tseng (Principessa Gulun Shou’an) e Joseph Fiennes (Silas Holmes).

Fonte: www.illibraio.it

Prendersi cura delle lacrime ed esorcizzare gli spazi: le storie giapponesi che influenzano la scrittura – di Francesca Scotti

Era una mattina di primavera di una decina di anni fa. Mi ero da poco trasferita nel nuovo appartamento di Nagoya e stavo stendendo il bucato sul balcone. Anche la mia vicina – una minuta signora sulla sessantina con la quale non avevo mai parlato – faceva lo stesso.

All’improvviso, mi passò davanti un corvo: grande e bellissimo, batteva le sue ali nere con calma. Nel becco, nero anch’esso, stringeva un appendiabiti celeste. Lo teneva per l’uncino, con precisione domestica, quasi stesse tornando dalla tintoria. D’istinto sorrisi e mi girai verso la vicina. Ci guardammo oltre il divisorio, anche lei sorrideva e mi disse: “È una fortuna poter assistere alle piccole meraviglie della vita stendendo i panni.”

Quella frase racchiudeva tutto ciò che avrei imparato, a poco a poco, nella mia nuova dimensione nipponica.

“Il Giappone mi ha insegnato a guardare le cose da un’angolazione differente”

Se è vero che spesso dal Giappone ci arrivano notizie eccentriche o surreali – e non è ciò che mi appassiona – è altrettanto vero che il Giappone mi ha insegnato a guardare le cose da un’angolazione differente: a riconoscere la bellezza anche nel tempo che trasforma e invecchia, la spiritualità della natura e il mistero che si nasconde nelle pieghe del quotidiano. Ho imparato a lasciarmi sorprendere ed è questo atteggiamento che nutre la mia scrittura.

Spesso tutto ha origine da una scintilla di realtà. A volte arriva dalla cronaca, altre da conversazioni ascoltate per caso o da thread che leggo su qualche forum on line. Alcune storie sono così suggestive, descrivono così bene l’incrinatura del reale, da farmi provare un pizzico di invidia: perché non le ho inventate io?

I “sommelier di lacrime”

Per esempio, anni fa ho scoperto l’esistenza di un’agenzia, la Ikemeso danshi, che offre un servizio per aiutarti a piangere. Uomini belli, dei veri e propri “sommelier di lacrime” (è persino possibile fare un corso per diventarlo), ti aiuteranno a sciogliere ciò che è rimasto trattenuto, portando sollievo emotivo. È possibile avvalersene singolarmente o chiamarli in azienda: in questo caso la sessione si svolgerà in ufficio così da condividere con i colleghi la propria vulnerabilità.

La repulsione per gli jiko bukken, in cui si sono verificati eventi traumatici 

Nel racconto Affitto breve della mia nuova raccolta La stagione delle case vuote *, la professione del protagonista, Shion Kirisawa, è quasi reale: in Giappone ci sono gli jiko bukken, immobili in cui si sono verificati eventi traumatici – omicidi, suicidi, morti solitarie – che, pur non lasciando tracce materiali, causano al possibile acquirente o affittuario repulsione e disagio.

Si tratta di uno stigma culturale e psicologico così forte da far diminuire il valore dell’abitazione anche drasticamente. Fino a un po’ di tempo fa – prima che intervenissero le recenti linee guida ministeriali – esisteva una pratica chiamata bukken laundering: nella casa contaminata veniva fatto risiedere un primo inquilino per un breve periodo, una sorta di presenza purificatrice che avrebbe fatto decadere l’obbligo di informare i successivi locatari. Ecco, Shion Kirisawa fa un lavoro simile, “lavaspiritualmente questi immobili forse infestati.

“Anche gli oggetti possono trattenere energie complicate”

Anche gli oggetti, soprattutto se legati a un momento delicato della vita come l’infanzia, possono trattenere energie complicate: tempo fa ho letto il post di un ragazzo che chiedeva consigli su come sbarazzarsi di un vecchio peluche, salutandolo con rispetto, senza scatenarne il rancore. I commenti erano moltissimi, tutti estremamente seri, puntuali, partecipati. Alcuni utenti raccontavano le proprie esperienze in circostanze analoghe e consigliavano di portare il pupazzo al santuario per un rituale commemorativo, il ningyō kuyō, tradizionalmente dedicato alle bambole ma ora esteso ad altri oggetti dell’infanzia; qualcun altro consigliava di bendargli gli occhi, soprattutto se di vetro, prima di riporlo in una scatola e smaltirlo normalmente.

“La cura serve a placare gli spiriti inquieti”

La cura serve a placare gli spiriti inquieti, a non spezzare in modo brusco il legame con qualcosa che ha fatto parte della nostra vita, ma anche a generare atti d’amore straordinari: ho letto di un uomo che, sapendo che la moglie avrebbe perso la vista, ha creato per lei – e per chiunque voglia visitarlo – un giardino di soli fiori profumati.

Tutto questo è reale e al tempo stesso è come se mi raccontasse, e mi suggerisse di raccontare, qualcosa di più: più profondo, più divertente, più spaventoso, più emozionante, più incredibile eppure credibilissimo.

Storie di questo tipo restano con me per mesi, a volte per anni. Le appunto su un quaderno dalla copertina rossa che diventa una sorta di portagioie, simile a quello che aveva la mia bisnonna con tanto di carillon e ballerina: lo apro, rileggo, e provo una felicità luccicante. Non solo per le storie che custodisce che tanto sollecitano la mia fantasia, ma per il modo in cui il confine tra realtà e immaginazione sbiadisce davanti a me.

Durante la prima presentazione della Stagione delle case vuote a Milano, alla libreria Verso, insieme a Nicola Feninno abbiamo esplorato alcuni di questi spunti narrativi. Al termine, una persona del pubblico mi ha chiesto se le tre professioni giapponesi quasi reali emerse dalla conversazione – esorcizzare gli spazi, congedare dignitosamente i nostri giochi d’infanzia, prendersi cura delle lacrime – non fossero, in fondo, tre declinazioni del mestiere di scrivere.

Credo proprio che avesse ragione.

Francesca Scotti la stagione delle case vuote

L’AUTRICE E IL LIBRO – Francesca Scotti (qui i suoi articoli per ilLibraio.itndr), originaria di Milano, divide il suo tempo tra Italia e Giappone. Diplomata al Conservatorio e laureata in giurisprudenza, ha pubblicato racconti e reportage su diverse riviste italiane e straniere. Nel 2011 ha esordito con la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic) che ha vinto il premio Fucini.

Ha pubblicato romanzi e racconti con vari editori – tra cui Bompiani, Hacca, Il Saggiatore, effequ – e due libri illustrati: L’incanto del buio (Orecchio Acerbo) con le illustrazioni di Claudia Palmarucci, e Shimaguni – Atlante narrato delle isole giapponesi (Bompiani) con le illustrazioni di Uragami Kazuhisa.

Dopo Il tempo delle tartarughe (Hacca, 2022), appena pubblicato in Giappone – l’autrice pubblica, sempre con Hacca, una nuova raccolta di raccontiLa stagione delle case vuote, che conferma la sua voce “capace di fondere atmosfere quotidiane e perturbanti, realtà e dimensione visionaria”. Le storie si muovono tra memoria, intimità e mistero, restituendo frammenti di vita che oscillano tra la delicatezza e l’inquietudine.

Ogni racconto si apre, apparentemente, su una situazione tranquilla, di stallo, ma poi, un dettaglio apparentemente minimo – un odore, un oggetto, un incontro casuale – “spalanca squarci sull’invisibile e sulle zone d’ombra dell’esistenza”.

Fonte: www.illibraio.it

L’isolamento di chi gioca a tennis non è diverso dall’isolamento di chi scrive – di Giulia Della Cioppa

Prima di cominciare a scrivere questo romanzo, cercavo di venire a capo del mio interesse per i recinti, per le geometrie, le reti e i nodi. Questi aspetti simbolici, che non avevo mai approfondito fino al giorno in cui ho cominciato a scriverne, risuonavano in me ogni volta che vedevo o leggevo qualcosa che li evocasse. Ed è da questi che sono partita. Sempre più mi pareva che riguardassero qualcosa che ero, più che qualcosa che mi apparteneva. Pensavo di voler indagare la geometria e invece stavo elaborando la relazione con mio padre che di geometria, fra le altre cose, se ne intende.

Ero sufficientemente lontana dal mio passato di sportiva per scriverne senza le dovute precauzioni e credevo di esserne abbastanza immune per non finirci dentro con tutte le scarpe. Era falso. Questo romanzo ha generato in me violenti sbandamenti e mi ha esposta a sofferenze ed euforie che dubito avrei vissuto, se non scrivendolo.

Giulia Della Cioppa La scrittrice (foto di Giacomo Riccardi)

L’isolamento di chi gioca a tennis non è diverso dall’isolamento di chi scrive, come non è diverso per una tennista avere come prima antagonista sé stessa, che è ciò che trova uno scrittore sulla propria pagina.

La scrittura ha molto a che vedere con l’esercizio, con la ripetizione e con la ritualità. Questo, come ex sportiva, l’ho sperimentato sin da bambina, da quando cioè, come Aleni, andavo sui campi e colpivo per ore. Anche nel tennis, come nella scrittura, esistono cose che non si possono insegnare, una particolare “sensibilità di mano” oppure “il sentire la palla”. Un gergo che appartiene anche alla scrittura quando si dice che “una voce non la si può costruire” e forse “un ritmo non lo si può insegnare”. Appartengono al tennis la pulizia, l’immaginazione, i colpi di testa, i fallimenti e i successi, così come appartengono a chi scrive.

Detto questo, le circostanze della vita, e con esse i legami familiari, non mi hanno permesso di capire se questo sport lo amassi davvero o lo amavo perché lo amava qualcun altro che amavo. Adesso so che venire a capo di questo interrogativo non è il punto della questione, ma è solo dopo essere entrata nel vortice di una domanda come questa, invischiata in così tanti elementi, che posso dirlo.

In questo romanzo ho preso dal tennis soprattutto gli elementi simbolici, i recinti che contornano i campi e i recinti che sono i campi, la simmetria, la ripetizione, le corde e i nodi. Il campo da tennis che sta sullo sfondo è anche lo sfondo di senso che definisce la relazione tra un padre e una figlia, il legame ambivalente tra i due e i desideri dell’uno che sembrano i desideri dell’altra, fino a prova contraria. È soprattutto un romanzo sul movimento di sottrazione e di depredazione, di un addomesticamento e della successiva riappropriazione della selvatichezza, l’idea che la protagonista possa non essere la prescelta di qualcuno.

È scritto in prima persona. La voce dimessa e la sarabanda della prosa sono venute scrivendo. Il tempo presente è una scelta che sovrappone la consapevolezza adulta all’infanzia della protagonista. L’immaginario animale viene dalla mia formazione e dalle mie naturali inclinazioni e pone l’accento sulle metamorfosi non compiute, su tutte le metamorfosi in divenire.

Giulia Della Cioppa La mancina

L’AUTRICE – Giulia Della Cioppa, nata a Caserta nel 1996, ha scritto alcuni racconti per la rivista Il primo amore e nel 2023 ha pubblicato Ventre (Alter Ego Edizioni). Ora esce per Bompiani il suo secondo libro, La mancina, che ha per protagonista Aleni: appena una bambina quando entra per la prima volta in un campo da tennis. Il campo da tennis è per lei un luogo sicuro, un posto dove poter chiudere fuori l’universo delle relazioni per rimanere soli tra la terra e il cielo, sotto gli occhi di un padre convinto che lei sia una predestinata

Attingendo al vissuto autobiografico di una stagione di impegno agonistico nel tennis, l’autrice racconta una formazione fatta di allenamenti, tornei, sponsor, sogni, vittorie, sconfitte. E conduce in un viaggio letterario dentro il corpo di un’atleta e la sua devozione assoluta, esaltante e distruttiva al tempo stesso. “E, sullo sfondo di un sud abbacinante e immobile come il fondale di un mito, fa del tennis un filtro attraverso cui misurarci con il nostro desiderio di essere riconosciuti e con quello, tanto più esigente, di dare tregua al corpo per liberarsi”.

Fonte: www.illibraio.it