I PERSONAGGI, ovvero conoscere bene coloro di cui si racconta la storia

Nella stesura del vostro romanzo, i personaggi vi accompagneranno come se fossero i vostri migliori amici (o nemici, dipende da quello che scriverete…). È necessario quindi conoscerli e tratteggiarli molto bene, con cura.

Ecco qualche “esercizio” in proposito:

  • Il protagonista del vostro romanzo assomiglia a qualcuno che conoscete? Provate a descrivere questa persona sottolineandone gli aspetti che vi servono per sviluppare la trama (romantici se è un libro d’amore, misteriosi e inquietanti se è un thriller…)
  • Guardatevi attorno sul tram, in coda al supermercato, in banca, in spiaggia: c’è qualcuno di interessante? 
  • Segnatevi tre particolari di una persona che vi ha colpito e provate da quei tre particolari a immaginare la sua vita.
  • Pensate a qualche episodio eclatante che potrebbe cambiare la vita dei vostri personaggi e immaginate la notizia riportata dai giornali e dai siti internet. Scrivete gli articoli corrispondenti.
  • Ora scrivete cinque status di Facebook che potrebbero caratterizzare il vostro personaggio.
  • Immaginate l’interazione tra voi e il vostro personaggio: una telefonata, un litigio, un pomeriggio di chiacchiere.
  • Descrivete il vostro protagonista mentre sta per addormentarsi: quali sono i suoi pensieri? Il suo stato d’animo?

Un uomo ai margini. Il passato che ritorna. Un invito che cambierà tutto. Forse.

Il libro in una frase

«Todo lo que puedes imaginar es real» (cit. Pablo Picasso).

Amici di scaffale

Jimmy appartiene a una narrativa non di genere dai toni umoristici. Trattasi di una scelta involontaria, frutto di una spiacevole situazione metereologica dove la nebbia della Val Padana squagliandosi ogni tanto lascia intravedere un orizzonte di speranza: le montagne dell’Appennino. Se proprio dobbiamo sistemare Jimmy Fango di fianco a qualche buon amico suggerirei: Bassotuba non c’è di Paolo Nori; La fata carabina di Daniel Pennac; L’anno della lepre di Arto Paasilinna; Lazzaro vieni fuori di Andrea G. Pinketts; Il decimo clandestino di Giovannino Guareschi; Bar Sport di Stefano Benni; La strategia del destino di Andrea Villani. Ahimè, non sono certo che questi però vogliano avere come amico uno come Jimmy.

Segni particolari

Un ex alpinista apatico corriere di sterco, un ritrovo di vecchi compagni di scuola, una colonia abbandonata, un rito sciamanico, il conte Antonio Devoto.

Dove e quando

Due luoghi collocati in periodi molto diversi: il primo è l’ex Colonia Devoto, un edificio in stato di abbandono a 1100 metri di altitudine presso il Passo del Bocco (GE), negli anni novanta. Il secondo è la città di Buenos Aires, sul finire dell’Ottocento.

Tag

 #humor #realismo magico #avventura #montagna #cura #exscursus storici #urbex 

Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore

Ho deciso di partecipare a questa sfida in quanto l’anno scorso ho avuto dei problemi con la mafia russa. Volevano azzerarmi definitivamente. Un tale di nome Dimitri doveva occuparsi di me, gli dissi che non era il caso di far fuori un autore di talento. Lui mi chiese che libri avessi scritto e in effetti avevo alle spalle un solo romanzo che non era andato poi benissimo. Ne avevo un altro però appena terminato e secondo me c’era del buono. Dimitri disse che aveva letto Delitto e castigo di Dostoevskij e non gli era dispiaciuto. Aggiunse che se il mio romanzo avesse vinto un concorso mi avrebbe risparmiato. Ecco perché ho deciso di partecipare. Non mi sono di certo iscritto per via delle lusinghe dell’editoria di internet, né per le rate del mutuo della banca o per le rette scolastiche dei figli. È stato solo per via del russo, lo giuro.

Un uomo ai margini, Jimmy Fango: il romanzo di Matteo Bergamo, protagonista al torneo IoScrittore

Un uomo ai margini. Il passato che ritorna. Un invito che cambierà tutto. Forse… Matteo Bergamo, nato a Parma l’1 novembre 1973, vive tra la Pianura Padana e un piccolo borgo dell’Appennino parmense dove ha origine la sua famiglia, ed è stato protagonista al torneo letterario gratuito IoScrittore con Jimmy Fango e il segreto della colonia Devoto, romanzo con cui è giunto in finale e che ora esce nei principali negozi online in edizione ebook.

Istruttore nel Club Alpino Italiano, Matteo Bergamo è titolare di un piccolo negozio di articoli sportivi. E veniamo al suo libro: la vita a volte può apparire uno scherzo di cattivo gusto. A partire dal nome, Geremia Fango detto Jimmy ha conosciuto troppe volte il sapore amaro della sorte avversa, la beffa crudele della felicità calpestata, la cicuta mortale del dolore di una perdita importante. Unica possibilità per sopravvivere è rendersi insensibili, girare le spalle a ogni speranza, perdersi ai margini di una città di provincia, Parma, tirando a campare con un lavoro tanto irridente quanto simbolico: consegnare escrementi per conto di persone in cerca della più banale e sguaiata delle vendette, il dileggio.

Ma questo atono, benché protettivo grigiore si inceppa quando Jimmy riceve un invito che lo riporta al passato: il vecchio orfanotrofio dove ha passato l’infanzia, la colonia Devoto, sull’Appennino tra Emilia e Liguria, è stato ristrutturato, trasformato in Grand Hotel e gli ex alunni sono invitati all’inaugurazione.

Un pericoloso contrattempo dovuto al suo insolito mestiere, ma soprattutto il desiderio sotterraneo di fare i conti con il suo passato travagliato lo spingono a salire tra boschi e sentieri che non è mai riuscito a dimenticare, e a rivedere alcuni dei vecchi compagni: Corvina, Rico, Vera. Niente però sarà scontato: non sarà una semplice rimpatriata, ma un percorso scosceso come quelle rocce antiche, difficile e misterioso, tra escursioni azzardate, rituali sciamanici, incontri inquietanti e paure ancestrali, fino al sorprendente finale. “Un racconto complesso, ma dai toni lievi, pervaso di introspezione psicologica e punte di realismo magico, corredato da uno spiazzante umorismo nero. Dove niente è come sembra e il cambiamento si nasconde dietro ogni ombra”, si spiega nella presentazione del romanzo…

Fonte: www.illibraio.it

LA STRUTTURA, ovvero sviluppare l’idea del romanzo e darle una forma

Un romanzo è come una pianta: va curato e nutrito con attenzione…

Immaginate il vostro romanzo come se fosse un albero, una pianta. 

Le foglie sono le parole chiave del testo, le radici sono la base su cui poggia la trama, il tronco è la storia, i rami sono i dialoghi, il colore della chioma è il titolo…

E adesso cambiate la prospettiva e provate a scrivere la fine, le ultime righe del vostro romanzo. 

Passate poi al prologo, cioè quello che viene prima dell’inizio e poi all’epilogo (quello che viene dopo la fine).

Sempre pensando al vostro romanzo come a un fiore, “seminate” gli indizi che si svilupperanno a poco a poco, coinvolgendo il lettore (il seme, lo stelo-filo conduttore, il fiore-rivelazione).

Scrivete tre colpi di scena emozionanti ma credibili.

Ricordatevi sempre che in una buona storia, come in un muro ben costruito, ogni mattone è fondamentale e non può essere eliminato senza danneggiare l’intera struttura. Viceversa, non servono mattoni in più. 

Sforzatevi di scrivere ogni giorno: anche una frase, lasciata incompiuta, può servire.

Se vi viene il “blocco dello scrittore” le liste possono aiutarvi: compilate degli elenchi, per esempio dei personaggi presenti nel romanzo, degli episodi principali, dei luoghi in cui sono ambientate le scene.

Da dove deriva l’espressione “Lupus in fabula”?

Ci sono persone con cui accade tutte le volte: stiamo parlando di loro ed ecco che d’un tratto si materializzano. Entrando nella stanza, telefonandoci, mandandoci un’email. Come se percepissero in qualche modo i nostri discorsi, sentendosi coinvolti e partecipando così (nel bene o nel male) alla conversazione in atto.

Parli del diavolo e spuntano le corna, si dice allora, spesso in maniera scherzosa, per lasciare intuire al diretto interessato che lo avevamo appena nominato.

Ma c’è anche un’altra espressione – forse a colpo d’occhio meno comprensibile, benché con una sfumatura apparentemente più neutra – a cui possiamo fare ricorso in circostanze del genere, ovvero lupus in fabula: scopriamola insieme.

Da dove deriva Lupus in fabula?

Trattandosi di un detto latino, è facile intuire che la sua origine sia da far risalire ai tempi degli antichi Romani. E infatti, più nello specifico, l’espressione Lupus in fabula si attesta già nella commedia Adelphoe di Terenzio (190-159 a.C.), per poi essere ripresa da Plauto (255-184 a.C.) e da Cicerone (106-43 a.C.).

Quest’ultimo, in particolare, scrive nell’Epistola 13 ad Attico: De Varrone loquebamur: lupus in fabula venit enim ad me, raccontandogli in altre parole che si stava parlando di Marco Terenzio Varrone quando, come fa il lupo nelle favole, l’erudito si era avvicinato a lui.

E non è tutto, perché anche nell’Egloga IX di Virgilio (70-19 a.C.), contenuta nelle Bucoliche, si legge: Vox quoque Moerim Iam fugit ipsa: lupi Moerim videre priores. Che il vocabolario Treccani traduce come segue: Anche la voce stessa ha fuggito Meri: i lupi hanno visto per primi Meri.

Un modo di dire che è sopravvissuto secolo dopo secolo, arrivando fino a noi anche attraverso il grande Leonardo da Vinci (1452-1519), a cui è attribuita la celebre frase: Ancora si dice il lupo avere potenza, col suo sguardo, di fare alli omini le voci rauche.

Il significato di questa espressione

Se tanti intellettuali hanno scelto proprio il lupo per indicare un animale che appare in maniera improvvisa e pericolosa sulla scena, è per via della sua costante presenza nelle Favole di Esopo (620-564 a.C.), poi riprese da Fedro (20 a.C. – 50 d.C.) e in molti casi rimaste famose ancora oggi (pensiamo alla favola nota come Al lupo! Al lupo!, o a Il lupo e l’agnello, o ancora a Il lupo e il cane…).

Nei loro testi il lupo viene associato a una figura temibile, che incute paura al punto da interrompere il discorso in atto e lasciare ammutoliti i presenti. Non per niente, nell’immaginario collettivo, si crede tuttora che chi vede un lupo perda la capacità di parlare (cfr. le espressioni Ha veduto il lupo o È stato guardato dal lupo).

Di fronte alla sua presenza minacciosa, del resto, proseguire la conversazione risulterebbe quasi impossibile – ed ecco spiegato come mai attualmente, quando la persona a cui ci stiamo riferendo si unisce a noi, ci blocchiamo d’un tratto ed esclamiamo proprio Lupus in fabula.

Quando dire Lupus in fabula?

Come abbiamo visto, quindi, la locuzione affonda le sue radici nella cultura classica e, pur avendo addolcito con il tempo le sue sfumature di significato, porta ancora con sé una punta di superstizione, quasi che fosse possibile evocare per magia coloro che nominiamo.

Nell’ambito letterario, peraltro, è rimasta così iconica che nel 1979 il filosofo e semiologo Umberto Eco (1932-2016) l’ha ripresa nel titolo del celebre saggio Lector in fabula (La Nave di Teseo).

In questo caso il riferimento è al fatto che la cooperazione del lettore è fondamentale nell’interpretazione di un testo narrativo, motivo per cui il suo ruolo è quello di essere “sempre alle calcagna del testo“, proprio come un lupo con la sua preda. Ma potremmo anche considerarla una buona risposta alla domanda: “Quando utilizzare Lupus in fabula nella vita quotidiana?“.

Perché possiamo sì servirci di questa espressione idiomatica per evidenziare letteralmente la sovrapposizione tra il soggetto di una conversazione e la persona che ci ritroviamo di fronte. Ma potremmo anche ribaltarla o modificarla in base al contesto per darle una nuova vita, sottolineando per esempio l’effetto che i colpi di scena suscitano in noi fin dalla notte dei tempi.

L’importante, insomma, è che di tanto in tanto un lupo sulla scena appaia davvero, anche solo per restituire un po’ di vivacità ai nostri discorsi di ogni giorno…

Fonte: www.illibraio.it

Le parole più difficili da pronunciare della lingua italiana

Pur avendo l’abitudine di leggere e parlare l’italiano tutti i giorni, può capitare di trovarci di fronte a un vocabolo che a prima vista ci risulta difficile da riprodurre oralmente, magari per via della sua lunghezza fuori dal comune, o della combinazione di suoni e sillabe da cui è costituito.

Impresa che diventa ancora più complessa per chi la lingua italiana la sta ancora studiando, magari perché è in età scolare o perché è di madrelingua diversa, e si sta cimentando con l’apprendimento del nostro idioma provenendo da un altro sistema linguistico.

Nei casi più complessi, è quindi buona norma cercare di riconoscere le radici, i suffissi e i prefissi che potrebbero far parte di un certo termine, scomponendolo e provandolo a leggere un po’ alla volta, in considerazione della sua etimologia o del senso (anche parziale) che intende veicolare.

Per fare un po’ di sana pratica, ecco quindi cinque fra le parole considerate più difficili della lingua italiana, corredate naturalmente di significati e curiosità: cosa aspettate a mettervi alla prova?

Eupeptico

Partiamo da una parola poco comune nel parlato, ma che potrebbe suonare familiare a chi si intende di medicina e farmacologia, cioè l’aggettivo e sostantivo eupèptico. Composto da eu e da pèpis, che in greco antico equivalevano rispettivamente all’avverbio bene e al nome digestione, il termine si riferisce – non a caso – a tutte quelle sostanze che facilitano la nostra digestione, permettendoci in questo modo di migliorare il funzionamento del nostro stomaco.

parole difficili da pronunciare in italiano

Faldistorio

Pronunciarla correttamente al primo tentativo è una vera sfida: sì, perché la parola faldistòrio rischia di far inciampare la nostra lingua nel passaggio da una consonante all’altra, in particolare poi se pensiamo che esiste anche una variante senza i, ovvero faldistoro. Stavolta siamo davanti a un sostantivo che viene dal germanico Faldastol, a sua volta proveniente dal latino faldistorium: anticamente indicava le sedie pieghevoli e prive di spalliera usate dai membri del clero, dai reali e dai nobili in specifiche occasioni pubbliche.

Chiacchiericcio

La parola più difficile secondo gli studenti e le studentesse di lingua italiana? Il dibattito rimane aperto, sì, anche se la maggior parte di loro sostiene di non trovare proprio facilissima la pronuncia di chiacchierìccio. Tra l’alternanza dei suoni /k/ e /tʃ/, le tante vocali e la nostra tipica /r/ vibrante, infatti, questo nome derivato dal termine onomatopeico chiacchiera rischia di confondere anche i più abili. Il suo significato? Un parlottìo prolungato e fastidioso, che può celare anche qualche voce falsa o pettegolezzo.

Irrefragabile

Veniamo ora a un altro aggettivo quantomeno problematico, che non sentiamo spesso nella vita quotidiana e che, di conseguenza, potrebbe indurci a raddoppiare qualche consonante o ad aggiungerne altre mentre proviamo a pronunciarla per la prima volta. Parliamo di irrefragàbile, che è arrivata in italiano attraverso il latino in– (cioè non) e refragari (contraddire) per designare un concetto o una persona che è, di fatto, impossibile in alcun modo da contestare.

Hippopotomonstrosesquipedaliofobia

E concludiamo con una parola che rientra anche nel novero delle più lunghe della lingua italiana. Ci riferiamo a Hippopotomonstrosesquipedaliofobia, che viene dal greco e dal latino ed è composta da hippopoto– (grande), monstro- (mostruoso), sesquipedali- (cioè una parola lunga un piede e mezzo secondo la metrica romana) e –fobia (paura): detto diversamente, designa la paura delle parole molto lunghe. Del resto, come potrebbe essere altrimenti?

Fonte: www.illibraio.it