La quiete, cos’è la quiete? Don Giovanni non lo seppe mai, perché al tempo di Napoleone in Italia la quiete non c’era.

Il libro in una frase
La quiete, cos’è la quiete? Don Giovanni non lo seppe mai, perché al tempo di Napoleone in Italia la quiete non c’era.

Amici di scaffale
Il consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia alla sua sinistra, Il resto di niente di Enzo Striano alla sua destra.

Segni particolari
È tutto vero. Soprattutto ciò che è inventato. Quella di don Giovanni è la storia di come vissero i nostri avi quando furono investiti da quel terremoto politico e sociale che fu la Rivoluzione francese. Chi di loro non ne fu travolto, ne fu per lo meno profondamente segnato.

Tag
Rivoluzione francese, Napoleone, Regno di Napoli, Ferdinando IV, Repubblica Napoletana, Giacobini, Sanfedisti, Murat, briganti, Borboni.

Dove e quando
A Circello, uno sperduto paese del Regno di Napoli, nonché nella stessa Napoli, al tempo della Repubblica giacobina e poi della reazione sanfedista, per le strade insicure, nei boschi infestati dai briganti (i tanto decantati briganti) e nelle case dei borghesi, che suonavano il clavicembalo e allestivano insidie.

Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore
Perché se è stato scritto va valutato, ma se vince va pubblicato (e speriamo anche letto).

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Il nuovo concorso letterario “L’Italia del FAI”

Il torneo letterario IoScrittore è felice di essere partner di uno dei concorsi letterari più interessanti del 2016. Il concorso lanciato dal FAI si intitola, appunto, “L’Italia del FAI” e invita i giovani che non abbiano ancora compiuto 36 anni a scrivere un racconto ambientato in uno dei meravigliosi beni tutelati dal Fondo Ambiente Italiano.

I 3 migliori racconti, selezionati da una giuria, vinceranno i seguenti premi:

6.000 euro al primo racconto classificato, 3.000 euro al secondo racconto classificato, 1.000 euro al racconto che si aggiudicherà il terzo posto.

I 3 racconti vincitori saranno editati dagli editor dalla Redazione di IoScrittore e saranno pubblicati e distribuiti in ebook da GeMS, il gruppo editoriale che organizza anche il nostro torneo letterario IoScrittore.

Un bel premio sarà assegnato anche ai primi 10 racconti selezionati: le opere entreranno a far parte di una raccolta ebook intitolata “L’Italia del FAI”, anch’essa editata da IoScrittore e distribuita su tutti i principali negozi online (IBS.it, Amazon, Kobo, Apple…) da GeMS.

Avete tempo fino al 31 luglio 2016 per partecipare al nuovo concorso letterario e vincere! Per saperne di più, ecco il sito ufficiale del concorso letterario “L’Italia del FAI”.

In bocca al lupo dal torneo letterario IoScrittore. Presto pubblicheremo nuovi consigli di scrittura di Oliviero Ponte di Pino: come si descrive un luogo? Come si cattura un’atmosfera per trasmetterla in un racconto? Continuate a seguirci.

Come si riesce a essere pubblicati tra migliaia di altri scrittori emergenti?

Pubblicare un libro con un importante editore non è facile né scontato. Come si riesce a essere pubblicati tra migliaia di altri scrittori emergenti? C’è chi invia un manoscritto a un agente e chi partecipa a un concorso letterario. A differenza dell’autopubblicazione, spesso a pagamento, pubblicare un libro con una casa editrice famosa richiede talento, perseveranza e forse alcuni consigli utili, scritti da chi ha già affrontato il percorso e ha già pubblicato con successo uno o più libri.

In un precedente articolo abbiamo riportato i consigli per essere pubblicati di Marco Ghizzoni, autore di gialli della casa editrice Guanda e anche i consigli per scrivere e pubblicare un romanzo di Maurizio Maggi, autore pubblicato da Longanesi. Riportiamo ora i consigli di scrittura di Roberto Centazzo, autore dell’originale romanzo Squadra Speciale minestrina in brodo, pubblicato dalla casa editrice TEA. I protagonisti sono tre ex poliziotti in pensione, che hanno ancora un bel po’ di conti in sospeso con delinquenti e farabutti sfuggiti alle maglie della giustizia. I loro nomi in codice sono: Maalox, Kukident e Semolino. Il libro si inserisce nel fortunato filone dei romanzi gialli “all’italiana” e ha ricevuto il plauso, tra gli altri, di Maurizio De Giovanni, che ha dichiarato «Ma chi l’ha detto che con la pensione finisca la voglia di cambiare il mondo? E chi l’ha detto che con la pensione non si rida più?». Anche La Stampa ha avuto parole di elogio per il libro: «Roberto Centazzo filtra la sua esperienza di poliziotto con la sua vena letteraria, e il risultato è un giallo teso, ironico e attuale».

Come sei riuscito a pubblicare il primo romanzo?
Ho vinto un concorso letterario che ricordo con piacere. Si chiamava il Libro Parlante, era in Emilia Romagna, vicino a Cesena. La vittoria consisteva nella pubblicazione. Mi sembrò di toccare il cielo con un dito.

Che cosa consiglieresti a un aspirante scrittore?
Prima di iniziare a scrivere il libro: leggere, leggere tanto. La fantasia si nutre di fantasia, i libri producono altri libri. Nel momento in cui si inizia a scrivere, bisogna ricordarsi che non bisogna compiacere nessuno. Si scrive per se stessi. Questo non va mai dimenticato.
Durante la stesura: non bisogna avere fretta, scrivere e riscrivere.

Che cosa ti ha dato il rapporto con l’editore e con gli editor della casa editrice?
Be’… io sono stato fortunato. Ho trovato due persone squisite, il direttore editoriale e l’editor di TEA. Fantastici, fin dal primo approccio. Loro sanno dare il giusto consiglio, sanno stimolare, sanno capire se una cosa funzionerà o no. E badate bene che di idee me ne hanno bocciate tante. Quando mi venne in mente l’idea di Squadra speciale Minestrina in brodo, immediatamente chiamai l’editor e gliela esposi al telefono. Lei mi disse: «Vai, scrivilo». E quindi, eccomi qui.

Come scrivi un romanzo? Parti da uno schema preciso? Oppure da un tema-problema?
Parto da un’idea che arriva in un decimo di secondo, un flash in cui vedo tutto il disegno del libro e so che tinte userò. Il difficile poi sta nel riprodurre su carta quell’immagine. Il bello è che nessuno sa com’è, tranne l’autore, e le varie riscritture servono proprio a quello, ad avvicinarsi il più possibile all’idea che era apparsa all’improvviso. Non parto da un tema-problema. Parto dall’idea generale che si è palesata in maniera autonoma, magari mentre sto guidando o cenando o leggendo. Quell’idea è svincolata da processi logici, sbuca fuori, bisogna saperla cogliere.

Durante la stesura di un romanzo ti dai dei tempi?
Sì, mi do sempre dei tempi. Ma quasi sempre non li rispetto. Ho bisogno di lasciar intercorrere un lungo lasso di tempo tra ciò che ho scritto e la rilettura. Quando rileggo devo stupirmi, indignarmi se quello che rileggo è scritto male, insomma è come se leggessi qualcosa scritto da altri. Ho necessità di stare alla giusta distanza. Le emozioni devono non pulsare più. La scrittura è un piatto che va gustato freddo. Il tempo necessario affinché le emozioni si stemperino non dipende da me.

Quando e dove scrivi?

Scrivo nel mio studio, la mattina alle cinque, prima di andare al lavoro. C’è un gran silenzio, e soprattutto sviluppo le idee che la mente da sola, di notte, ha elaborato. Ci siamo soltanto io, il mio computer e i miei gatti.

Quando hai iniziato a scrivere, avevi un altro lavoro? Studiavi?

Ho iniziato a scrivere a quindici anni e sono riuscito a pubblicare a quarantacinque. Nel frattempo mi sono diplomato, laureato, abilitato all’insegnamento, arruolato in Polizia e ora sono ispettore capo.

Come equilibri tempo della scrittura e del lavoro/studio?

Da quando sono riuscito a pubblicare mi sono imposto di scrivere due o tre ore al giorno, tutti i giorni.

Che importanza hanno le riscritture?

Sono fondamentali, A tirare giù un libro sono necessari un paio di mesi. A far sì che sia a posto, che appunto come dicevo prima corrisponda all’idea iniziale, ci vogliono mesi e mesi di riscritture

Quando ti accorgi che il libro è finito, che è pronto per essere pubblicato?

A un certo punto dico: «Ok, ora è a posto, è proprio così che lo avevo immaginato».

Da chi hai ricevuto dei consigli di scrittura durante la stesura del romanzo?

Da mia moglie, a lei racconto l’idea iniziale. In genere mi è utile seguirli: lei è molto logica.

Mentre scrivi, pensi a un lettore ideale?

Affatto. Come dicevo, non si deve compiacere nessuno. Si scrive per se stessi, per appagare il proprio ego (negli scrittori è smisurato).

Quali dovrebbe essere la reazione dei lettori, secondo te?

Indico nella bandella di copertina il mio indirizzo mail che è errecent@libero.it. Se un lettore si prende la briga di scrivermi, vuol dire che il libro gli è piaciuto. Io raccolgo tutti i giudizi in un file, rispondo a tutti. Sono i lettori i veri giudici, il lettore per me è sacro, non bisogna ingannarlo, non si deve ricorrere a trucchetti. I lettori sono intelligenti e se ne accorgono.

Un paio di cose che ti hanno detto i lettori…

Tu sai trasmetterci emozioni, il libro l’ho divorato, si legge che è un piacere, il libro è scorrevolissimo, scrittura semplice e pulita… sei ironico, divertente. Sto copiando ciò che mi hanno scritto i lettori, lusinghiero, no?

Come si scrive (e si pubblica) un romanzo?

Prosegue la nostra “indagine” dietro le quinte della scrittura e della pubblicazione di un libro. Questa volta abbiamo fatto alcune domande su come si scrive (e si pubblica) un romanzo a Maurizio Maggi, autore dell’Enigma dei ghiacci, pubblicato da Longanesi. Il suo romanzo contiene tutti gli elementi che concorrono a realizzare un perfetto romanzo d’avventura: è una storia mozzafiato nelle terre più estreme del pianeta, con protagonisti indimenticabili che si muovono in un mondo in preda a sconvolgimenti sociali, economici e climatici, alla ricerca della salvezza non soltanto per sé, ma per l’intera umanità. Maurizio Maggi è nato a Torino nel 1956, ed è ricercatore in un istituto di studi socio-economici. Si è occupato a lungo di musei, lavorando – in Italia, ma anche in Australia, Brasile, Cina – con comunità e istituzioni locali: il terreno nel quale è maturato l’interesse per la scrittura in ambito narrativo. È stato finalista al Premio Italo Calvino 2014. 

Da che cosa parti per scrivere un romanzo?
Il punto chiave da cui parto è qualcosa che mi accende la fantasia, non importa cosa. Per L’enigma dei ghiacci è stata la scoperta di un posto incredibile come il lago Vostok. Poi contano personaggi e trama generale.

Durante la stesura di un romanzo ti dai dei tempi?
Scrivo nei fine settimana o, se esco presto dal lavoro, anche prima di sera. Non fisso scadenze per i primi due o tre capitoli, poi sì: un capitolo a settimana più o meno, e verso la fine del libro anche due. Non comincio a scrivere se non ho in testa almeno tre o quattro capitoli di fila e scrivo circa 15-20000 caratteri a settimana, ma a volte devo saltare una settimana. In vacanza di solito recupero.

Dove, quando e come scrivi?  
Scrivo quasi sempre al bar, davanti a una tazza di caffè. Il mio preferito è in piazza Vittorio, a Torino: un locale sabaudo con tavolini di marmo e boiserie alle pareti, e camerieri discreti che non ti chiedono cosa stai scrivendo. Il tardo pomeriggio è un ottimo momento, ma soprattutto è quello in cui finisco di lavorare: prima non riuscirei a scrivere comunque, per cui mi sono abituato a fare così. Poi magari vada avanti anche di sera, mai fino a tardi.
Quando inizio a scrivere un romanzo, voglio avere una visione chiara della trama. Ad esempio, non posso mettere tre capitoli d’azione in fila o, se i punti di vista sono tanti, lasciare che uno prevalga per troppe pagine, quindi mi prefiguro le traiettorie evolutive dei personaggi principali, le vedo come storie parallele di persone che cercano di realizzare le proprie agende. Queste prima o poi s’intersecano, il che genera conflitti o alleanze. Ma ogni traiettoria deve avere una sua storia, una logica indipendente da quella degli altri personaggi (ovviamente all’inizio, poi devono convergere).
Durante la stesura del libro, poi, tengo d’occhio l’equilibrio delle varie parti. Se ho fatto bene quelle precedenti, la fase della stesura è la più facile e divertente. È bello vedere il libro che cresce e pensare che il tuo progetto iniziale prende forma.

Quando hai iniziato a scrivere, avevi un altro lavoro?
Ho cominciato a scrivere nel tardo 2009 e facevo lo stesso lavoro di oggi: il ricercatore in economia presso un istituto pubblico di Torino. All’epoca pensavo che pubblicare con una grande casa editrice mi avrebbe cambiato la vita.

Come equilibri tempo della scrittura e del lavoro?
Mi alzo ogni mattina verso le 6 e verso le 8 sono al lavoro, smetto nel pomeriggio e tornando a casa mi fermo al bar, dove scrivo. A casa rileggo e rifinisco. Il bar è un ottimo posto anche per leggere (da quando ho cominciato a scrivere, leggo 40-50 romanzi l’anno, dei generi più vari).

Che importanza hanno le riscritture?
Riscrivo in continuazione, fino alla fine del romanzo, ogni singolo capitolo. Ma la prima riscrittura è la più efficace, dopo sono solo limature, almeno fino a quando un punto di vista esterno ed esperto non mi spinge a cambiare. Durante la scrittura però tengo d’occhio aspetti come ritmo e predominanza dei personaggi, perché intervenire dopo sarebbe complicato.

Quando ti accorgi che il libro è finito, che è pronto per i suoi lettori?
Solo quando un editor esperto mi dice che più o meno va bene. Adesso c’è Longanesi, in passato ho fatto ricorso tre o quattro volte a servizi di valutazione professionale. Mi hanno insegnato molto.

Da chi hai ricevuto i consigli migliori durante la stesura di un romanzo?
Da editor professionisti: le agenzie serie fanno schede piene di consigli utilissimi. Nella parte finale di L’enigma dei ghiacci, c’era lo staff Longanesi, l’editor della narrativa soprattutto. Anche la partecipazione a concorsi per racconti brevi, quando ho cominciato a scrivere, è stata una bella scuola.

Li hai seguiti? Ti sono serviti?
Sempre, salvo non fossero fra loro in conflitto. Non ne ho la prova, ma io credo che mi siano serviti. Dopo averli applicati, mi sono sempre sentito più soddisfatto del mio lavoro.

Come hai pubblicato il primo libro?
Sono arrivato alla finale del Calvino (con un altro libro, non con L’enigma dei ghiacci). Lì l’editor di Longanesi mi ha notato. «Non è che hai intenzione di scrivere un thriller in futuro?» mi ha chiesto. In realtà l’avevo già scritto, gliel’ho spedito e così è cominciato tutto. 

Cosa consiglieresti a uno scrittore esordiente?
Non sono nella posizione di dare consigli, ma posso dire cosa ho fatto io. Io voglio sapere cosa produrrò, m’immagino il libro finito, qualcuno che lo chiude dopo avere letto l’ultima pagina, se lo rigira nelle mani e si chiede: cosa mi ha lasciato in eredità questo romanzo? Quando questo è chiaro, comincio a raccogliere materiale informativo di ogni genere, saggi, romanzi, articoli sull’argomento. Per L’enigma dei ghiacci ho letto il diario di due donne che hanno attraversato davvero l’Antartide a piedi, blog di russi che erano stati a Vostok per anni, articoli tecnici sulla trivellazione, resoconti di ricercatori CNR di ritorno da Concordia, ma anche altri romanzi che citavano il lago Vostok, italiani e americani. In un manuale delle forze canadesi ho scoperto gli inconvenienti dell’uso di armi in freddi estremi, da un paper dello U.S. Army Corps of Engineers ho imparato gli effetti delle esplosioni subacquee sul ghiaccio (chi ha letto L’enigma dei ghiacci capirà facilmente perché). La fase di studio dura mesi, più o meno come la stesura del libro (e continua anche mentre scrivo). In parallelo leggo sempre altri romanzi: perché mi piace leggere, ma anche perché altrimenti mi isolerei. So che il mondo non finisce nelle pagine che sto scrivendo: cambia in continuazione, e io voglio sapere cosa fanno gli altri autori, che temi trattano, che registro usano. Leggo persino la cronaca nera di altri paesi, per sapere che aria tira, da cosa la gente è spaventata o affascinata. E poi osservare i fatti reali fa venire un sacco di idee: non c’è niente di più stimolante per la fantasia che studiare la realtà. Insomma, secondo la mia esperienza, leggere è il primo passo per uno che vuole scrivere.

E consigli per pubblicare?
Sono riuscito a farmi notare grazie al Premio Calvino e credo molto nei concorsi come quello o come IoScrittore. Quelli per racconti brevi sono ottime palestre per imparare, ma non per mettersi in mostra. Nemmeno se vinci.

Che cosa ti ha dato il rapporto con l’editore e con gli editor della casa editrice?
Questo è il valore aggiunto più prezioso di tutta quest’avventura, da quando cioè ho iniziato a scrivere, e anche il più inaspettato. Basti dire che il mio manoscritto era due terzi rispetto a quello ora in libreria. Chi non ha vissuto questa esperienza non credo possa capire e magari pensa che l’editore serva solo per fare selezione, aggiungere una bella copertina e curare la distribuzione, ma non è così. Occhi esterni mi hanno aiutato a cogliere opportunità già presenti nel mio romanzo, ma debolmente sfruttate. Mi hanno spinto a scrivere interi capitoli, ad esempio, sulla vita passata dei personaggi, trasformando vicende drammatiche – in origine descritte in cinque righe – in vere e complesse backstory.

Mentre scrivi, pensi a un lettore ideale?
Prima di scrivere, quando devo decidere cosa scrivere e come scriverlo, penso a una tipologia di pubblico. Ad esempio penso: questo libro, se fosse tradotto, piacerebbe agli americani o ai cinesi?

Quale dovrebbe essere la reazione dei lettori, secondo te?
Ho pubblicato solo un libro di avventure, non mi aspetto che inneschi riflessioni o emozioni particolari. Se un lettore si è divertito leggendolo, se è rimasto sorpreso da qualcosa d’inaspettato, per me va bene così. Se consiglia il libro a un amico, meglio ancora.

Un paio di cose che ti hanno detto i lettori…
Per ora quasi nulla, ma forse per un riscontro sui blog di recensione libraria, ci vuole più tempo.

Pubblicare un libro: i consigli di un bravissimo scrittore di gialli, pubblicato da Guanda

Come scrivere e farsi pubblicare un libro da un’importante casa editrice? Iniziamo oggi una serie di post in cui diamo alla parola a scrittori di successo, che raccontano la loro esperienza e danno alcuni consigli per pubblicare un libro gratis, senza entrare nella trappola dei “servizi a pagamento”, e con un editore che creda genuinamente nel vostro progetto editoriale.
Le esperienze di autori già pubblicati potranno senz’altro essere utili agli scrittori esordienti e aiutarli a evitare gli errori più comuni che precludono quasi sempre la pubblicazione.
Ecco cosa ci ha detto Marco Ghizzoni, classe 1983, autore di tre romanzi ambientati nella provincia cremonese, e più precisamente nell’immaginario ma realistico paesino di Boscobasso, crocevia di storie e personaggi che si ispirano a quelli che lo scrittore ha conosciuto durante l’infanzia nel bar gestito da sua madre.
I suoi romanzi hanno conquistato lettori e critica: Luca Crovi ha scritto del suo primo romanzo, Il cappello del maresciallo: «Due generi come la commedia e il giallo all’italiana si fondono in maniera fortunata». Il suo ultimo libro è L’eredità del Fantini.
Ecco dunque le risposte di Ghizzoni alle nostre domande.
Come fai a scrivere un romanzo?
Lavoro come gli antichi greci con l’ausilio di un canovaccio in cui delineo la trama e i personaggi principali, ma senza pensare al finale. Voglio sentirmi libero di creare e improvvisare, lasciare che i personaggi mi sorprendano.
 
Da che cosa parti per creare la trama?
Il punto di partenza è sempre un fatto di cronaca o un aneddoto bizzarri, esilaranti, quasi incredibili. E la realtà ne è inaspettatamente piena. Per quanto riguarda i personaggi, i miei romanzi sono corali: se mi concentrassi su un solo personaggio gli altri se la prenderebbero a male.
In quale momento della giornata scrivi? E in che modo?
Non mi do dei tempi, ma una continuità, ovvero scrivo tutti i giorni, domeniche e festivi compresi. Non mi preme finire un romanzo entro termini stabiliti, ma mantenere il ritmo e divertirmi. Questo, per me, è la scrittura.
Scrivo rigorosamente a mano, sul divano o sulla poltrona specialmente dopo pranzo e, se necessario, anche dopo cena. Cerco di incastrare bene gli impegni, perché lavoro e, come si suol dire, tengo famiglia.
Ho iniziato a scrivere in terza superiore e, sebbene non avessi ancora sviluppato il metodo che mi accompagna oggi, distinguevo nettamente il momento della scrittura con quello dello studio. Prima il dovere e poi il piacere, ça va sans dire.
Mentre scrivi, pensi a un lettore ideale?
Mentirei se dicessi di pensare a un lettore ideale e farei lo stesso se negassi di sapere che esistono lettori in grado di apprezzare il tipo di storie che racconto. Se i lettori, leggendo i miei libri, non dovessero ridere… be’, comincerei a preoccuparmi! Risate a parte (ridendo dicere verum), tante volte i miei lettori mi hanno detto che i miei personaggi sono così reali che hanno come l’impressione di averli conosciuti. Lo ritengo un gran complimento.
Quanto conta la riscrittura? Quando capisci che un romanzo è finito e pronto per la pubblicazione?
Le riscritture sono fondamentali perché ti aiutano ad eliminare il superfluo. La vera scrittura è sempre per sottrazione. Capisco che il romanzo è finito semplicemente quando la storia è giunta al termine e un lettore esperto e fidato, solitamente l’editor, è d’accordo con me.
Come hai pubblicato il primo libro? 
Io ho avuto la fortuna di conoscere un grande scrittore, Giovanni Cocco il quale, con 5/6 consigli fondamentali, ha educato la mia scrittura individuando meglio di me quale fosse la mia voce. Senza di lui, non so se sarei qui a rispondere alle vostre domande. Il mio primo romanzo l’ho pubblicato grazie al succitato Giovanni e al lavoro di un agente letterario, figura ormai essenziale nella gestione dei rapporti con gli editori.
Che consigli daresti a un aspirante scrittore per pubblicare un libro? 
Pochi e semplici consigli: leggere tanto, leggere tutto (classici, contemporanei, italiani e stranieri), scrivere con impegno, disciplina e passione senza aspettare l’utopica ispirazione e, soprattutto, fare una gran scorta di umiltà. I consigli ricevuti da persone esperte e capaci possono solo migliorare la propria scrittura. L’editor è l’angelo custode dello scrittore mentre l’editore sancisce definitivamente la qualità di un’opera. Self publishing e simili sono solo baggianate che evitano il filtro più importante per entrare nel mondo editoriale. Un po’ come laurearsi nella propria cameretta senza il giudizio dei professori, se mi spiego.