Le 9 regole auree per diventare scrittori di successo

La libreria, tra le molte funzioni che assolve, è anche primo sportello di consulenza per aspiranti scrittori. Già, perché se l’Italia sembra essere un Paese che non spicca per numero di lettori, produce un numero gigantesco di pubblicazioni.
Ogni libreria che si rispetti conosce il sottobosco di autori dilettanti che agiscono in città, tanto che il libraio per prassi, si trova ad essere un lettore “cintura nera” di romanzi d’esordio, conosce i difetti più comuni, ma a volte anche le potenzialità non colte dall’editoria.
Ecco perché mi permetto di stilare un piccolo elenco di consigli fondamentali a chi conserva un sogno nel cassetto a forma di libro.

  • Banalmente: leggere! Provando a farlo con occhi diversi, consultandosi col proprio libraio di fiducia, indicando il proprio percorso di letture già affrontate. Leggere vuol dire soprattutto rileggere.
  • Nella lettura attenta, cercate di carpire i segreti dei grandi scrittori, la struttura dei dialoghi, l’utilizzo della prima e della terza persona, la costruzione di un’immagine, rubare senza copiare insomma.
  • Diffidare dei corsi di scrittura. Sono davvero pochi in Italia quelli credibili e autorevoli, si conoscono tutti e certamente il vostro libraio può indicarvi quello più vicino.
  • Non rivolgetevi a case editrici a pagamento che vi chiedono cifre esorbitanti.
  • Prima di proporvi ad un editore, createvi un piccolo gruppo di lettori attendibili (meglio ancora se spietati) a cui affidare il vostro manoscritto, ponendovi con umiltà. In questa fase ogni critica onesta può essere preziosissima.
  • Se rimane la smania di pubblicare nonostante il vostro libro abbia collezionato una lunga sfilza di NO, meglio il self-publishing. Tanti casi letterari degli ultimi anni hanno trovato spazio in questo modo, promuovendosi sui social.
  • L’incipit è importantissimo, deve essere una finestra chiusa che comincia a far trapelare dalle sue persiane un paesaggio bellissimo o qualcosa di inquietante, ma irresistibile.
  • Non svilite l’entrata in scena del vostro personaggio principale. Personalmente sono fissato con le entrate in scena, le ricordo tutte, da Achab di Moby Dick ad Arthur Meursault del romanzo di Camus Lo straniero, da Anna Karenina a Lolita. Rileggete fino alla nausea le entrate in scena dei protagonisti dei capolavori della letteratura: su di loro dovranno convergere le emozioni dei lettori, qualsiasi siano quelle da voi ricercate.
  • Lasciate da parte parole che non vi appartengono, parole che non pensate: i lettori se ne accorgono e il romanzo risulta poco credibile o, nella migliore delle ipotesi, antipatico e “di maniera”.

Ma come fanno gli editori

In molti si chiedono come facciano gli editori a scegliere i libri che pubblicano. Tra questi molti, per ovvi motivi, ci sono gli aspiranti scrittori.

La migliore spiegazione l’ho sentita ormai diversi anni fa, all’inizio della mia carriera. Siccome purtroppo mi è stata riferita a voce, devo affidarmi alla mia memoria sia per il contenuto che per l’attribuzione, che mi pare vada a Ernst Rowohlt, fondatore dell’omonima casa editrice nel 1908. La frase diceva più o meno così: “Ogni editore sceglie quali libri pubblicare seguendo due criteri: il proprio gusto personale e l’idea che si è fatta dei gusti del pubblico. Col passare degli anni diventa sempre più difficile distinguere l’uno dall’altra. Dopo vent’anni di editoria si diventa dei perfetti bastardi”.

Quello che mi piace di questa spiegazione è l’accento sul gusto personale. Un editore può (anzi deve, credo) sforzarsi di capire i gusti del pubblico, ma alla fin fine l’unico gusto di cui sa veramente qualcosa, l’unico di cui si può veramente fidare, è il proprio, per quanto imbastardito. Personalmente, ho sempre diffidato degli editori che dicono di pubblicare libri che a loro non piacciono perché pensano che possano piacere alla gente: se non c’è niente in un libro che incontri almeno una parte del loro gusto personale, che non desti se non altro una qualche ammirazione o almeno una qualche curiosità, non potranno mai fare un buon lavoro per quel libro, ne diventeranno solo gli stampatori o i distributori, e credetemi: non basta.

Da questa considerazione discendono, per gli scrittori che ambiscono a farsi pubblicare, una buona e una cattiva notizia.

La buona: non c’è bisogno di piacere agli editori. Gli editori, in quanto categoria, sono una pura astrazione. Basta piacere a uno solo.

La cattiva: non è possibile conoscere i gusti personali dei singoli editori (o degli editors che decidono i libri da pubblicare). Come si può fare, allora? Come può un aspirante scrittore pensare che il libro che sta scrivendo incontrerà il gusto personale di un editore o di un editor che non conosce?

Credo che l’unica soluzione sensata sia di fare come gli editori: seguire l’unico gusto di cui si sa veramente qualcosa, l’unico di cui ci si può veramente fidare. Il proprio.

Capisco quanto sia forte la tentazione di sondare il mercato, cercare di desumere quali sono gli argomenti di moda, ‘rubare’ gli ingredienti dei libri o delle serie TV di successo e rimescolarli, o addirittura imitare lo stile degli autori di bestseller. Il problema è che a un libro costruito così meccanicamente (odio l’espressione “scritto a tavolino”. Dove altro si dovrebbero scrivere i libri, nella vasca da bagno?) manca l’ingrediente principale, quello che ruba il cuore dei lettori e prima di loro degli editori: la passione dell’autore. È questo l’unico consiglio che mi sento di dare agli aspiranti scrittori: abbandonatevi alle vostre passioni, quali che siano.

Ma questa stessa cosa l’ha detta prima di me Stephen King e, dato che non ho alcuna speranza di poterla dire meglio del Maestro, eccola qui:

“Se ti piacciono i gialli, vorrai scrivere gialli, e se ti piacciono i romanzi rosa, è naturale che tu ne voglia scrivere di tuoi. Non c’è niente di sbagliato a scrivere queste cose. Quello che sarebbe sbagliato, credo, è voltare le spalle a quello che conosci e ti piace […] per dedicarti a cose che pensi possano fare colpo sui tuoi amici, parenti e colleghi scrittori. Altrettanto sbagliato è scegliere deliberatamente un genere o un tipo di narrativa per fare soldi. È dubbioso dal punto di vista morale, innanzitutto: lo scopo della narrativa è trovare la verità nella ragnatela di menzogne della storia, non macchiarsi di disonestà intellettuale per tirar su qualche quattrino. E poi, fratelli e sorelle, non funziona.”1

 


1 Stephen King, On writing

Un libraio per amico

Che cos’è UBIK?

UBIK è una rete di librerie diffuse in modo capillare sul territorio, soprattutto nelle città di provincia, con una forte vocazione a mantenere alta la qualità dei servizi che vengono offerti ai lettori.

La scelta stessa del nome ne definisce la missione: Ubik deriva dal latino ubique “ovunque” ed è questo il nostro obiettivo.

L’intento è quello di puntare sulle peculiarità dei mestieri del libro: il ruolo del libraio, la sua tradizione, la volontà di fornire servizio e assortimento, il radicamento nel territorio, la capacità di attrarre comunità di lettori.

I nostri librai si concentrano prevalentemente su proposte che possano soddisfare i lettori “forti” e allo stesso tempo avvicinarne di nuovi.

 

Quanto è importante per un aspirante autore frequentare le librerie?

È molto importante. Nell’ultima edizione di BookCity, proprio in un incontro organizzato da IoScrittore per la proclamazione dei dieci vincitori del torneo 2017, ho suggerito agli aspiranti scrittori che erano presenti una cosa semplice: fatevi come amico un libraio.

Il primo suggerimento da dare a chi si avvicina all’officina della scrittura è quello di leggere e leggere molto. Quindi è importante frequentare le librerie, di librerie ce ne sono tante e un libraio amico lo si trova.

Il libraio è un lettore molto assiduo, legge molto non solo per dovere ma soprattutto per passione. È un professionista competente: e quindi da un punto di vista commerciale è in grado di dare veramente una mano nel valutare l’opera di un aspirante scrittore. In più soffre anche di un piccolo complesso perché, come si suol dire, è un “tipico fine filiera”. Quindi più lo si coinvolge risalendo la filiera più è strategico il suo ruolo nel promuovere un libro.

Stiamo sperimentando una formula molto interessante. È stato proposto ai nostri librai di leggere le bozze non corrette di alcuni romanzi tra i più belli che troveranno posto negli scaffali, quelli che potenzialmente potrebbero essere i più amati dai lettori, in modo da raccogliere preventivamente un loro parere. La reazione a questo invito è stata estremamente positiva. I librai si sono sentiti coinvolti nella commercializzazione editoriale prima di vedersi arrivare il libro in libreria.

Figuratevi quindi cosa può succedere quando gli si presenta un aspirante scrittore che deve trovare un editore e magari non ha ancora completato la sua opera. Possono dare tanti consigli, sono sul territorio e sono facili da contattare: fatevi un libraio per amico!

 

Quanto è importante per un gruppo di librerie come UBIK credere nelle nuove voci letterarie, dare loro spazio tra gli scaffali?

La scoperta di nuovi talenti letterari rappresenta un aspetto della cosiddetta bibliodiversità; più lettori, più librerie e nuovi autori non fanno che rendere più ricco e interessante il nostro mondo.

E per un libraio cosa c’è di più bello del far scoprire al proprio cliente-lettore nuovi protagonisti e nuove tendenze?

Tutto ciò rappresenta per UBIK la cifra della propria indipendenza ed il contributo costante all’innovazione.

Dove nascono i titoli dei libri

L’esperienza insegna che i libri si dividono in quelli che nascono già con un titolo assegnato, un po’ come certi bimbi che prima ancora di essere concepiti vengono destinati a portare il nome del nonno; e quelli che invece il loro titolo lo cercano disperatamente come trovatelli nei lunghi mesi della scrittura senza mai essere certi di aver trovato quello giusto.

A questa seconda famiglia appartiene un saggio che la Garzanti ha pubblicato a febbraio e che è dovuto al brillantissimo Alberto Mattioli, firma di punta del quotidiano La Stampa, ma soprattutto pericoloso conoscitore e fanatico di opera (mentre scrivo la sua pagina Facebook dichiara che ha assistito a 1600 rappresentazioni: nel frattempo saranno pure cresciute).

L’idea era quella di spiegare Giuseppe Verdi come un grande italiano, che oltre a scrivere musica indimenticabile ha saputo raccontare con lucidità ferocia e amore il nostro paese.

Mentre il libro prendeva forma ci siamo dannati a immaginare un titolo che potesse rendere giustizia al contenuto e al tempo stesso far capire ai potenziali lettori che non avevano in mano un saggio di musicologia. Sempreverdi? Già usato dal geniale Vittorio Sermonti. Bianchi rossi e Verdi? Sembra una barzelletta. Noi siamo Verdi? Pare un trattato di botanica.

Abbiamo quasi perso la serenità, siamo arrivati al punto di dedicare più tempo alla discussione del titolo che ai contenuti. Finché un giorno rileggendo mi sono arrestato sulla pagina in cui l’autore racconta di come il bravissimo writer Frode su una cabina elettrica vicina alla Scala ha raffigurato il Maestro e aggiunto la didascalia-grido di battaglia – Grigi + Verdi. Venduto!

Morale: a volte per battezzare un libro non bisogna guardare lontano o inseguire improbabili ispirazioni. Basta auscultare il testo con la stessa attenzione e disponibilità che si usano nel processo di editing, e sarà il libro stesso a regalarci le parole che ne racchiudono il senso.