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"Una danza rituale contro il dolore": il potere della scrittura per Matilde Falasca

17 Aprile 2026 |
di
Matilde Falasca
"Scrivere quel malessere è stato terapeutico, non tanto perché, grazie alle parole, ho potuto focalizzarlo, ma perché, parola per parola, ho coreografato una danza rituale contro il dolore...". La riflessione di Matilde Falasca, in libreria con il suo secondo romanzo, la storia di formazione "Ancora settembre". L'autrice sottolinea il potere benefico delle parole come metodo di confronto con gli altri, un confronto che sembra mancare nelle nuove generazioni

La scrittura è una delle modalità umane, la più intuitiva nel mio caso, di imprimere alle cose definizione, senso, dignità.

E cosa, più di quel dolore, era indefinito e insensato e indegno? Non una ragione che lo giustificasse, nessun provento dall’averlo subito, né un nome in grado di dimensionarlo – serve una dimensione, a noi corpi, perché qualcosa si faccia attraversabile.

Dopo essere stata attraversata, io sì, dal caos, per me era prioritario scriverne il malessere scaturito: non conoscevo altro modo per identificarlo, per riconoscerlo e cioè, anche, dargli riconoscimento.

In questo si consuma il primo momento di separazione da una sofferenza, nel “voglio che mi sia riconosciuto” preteso con l’animo di chi si è saputo abbandonato e ora ha ritrovato un inizio di calore nell’orgoglio. Nel desiderio che gli altri sappiano quanto speciale è stato il proprio dolore, che almeno lo intuiscano da quella stessa capacità di ascoltarli e smentire la loro convinzione di specialità: “lo so, ma ti capisco, anche a me è successo”.

Il fatto è che, quando stiamo male, tendiamo a fraintendere l’impreparazione alla sofferenza con una sua presunta eccezionalità, a credere che l’isolamento in cui d’un tratto ci ritroviamo chiusi dipenda da una connaturata incomunicabilità del nostro stato, e non, piuttosto, dalla nostra difficoltà a comprenderlo. Negli scorsi mesi, un inaspettato maestro mi ha insegnato che le cose restano incomunicabili, o incomprensibili, solo finché non si raccapezzano le parole per dirle. Che l’indicibile non esiste, non nei nostri pensieri almeno.

È nell’interesse della paura persuaderci che le parole non siano capaci, mentre le stesse parole – cattive o troppe o mancanti – sono quanto rende la paura a tal punto spaventosa. Panico, depressione, ansia, dissociazione, solitudine, tristezza, trauma: poco importano quali denominazioni si possano rintracciare nelle storie di Andrea e Camilla. La soluzione non solo le singole parole, con i loro perimetri, ma il modo in cui esse interagiscono, la complessità dei loro corpi che vengono a contatto.

“Scrivere quel malessere è stato terapeutico”

Ecco, in fin dei conti, scrivere quel malessere è stato terapeutico non tanto perché, grazie alle parole, ho potuto focalizzarlo, ma perché, parola per parola, ho coreografato una danza rituale contro il dolore: raccontare non è stata una spiegazione, ma una lavanda di parole contro l’intossicazione di altre parole. È stato un dire ancora – di più o con ordine o in modo diverso – per rassettare ciò che prima mi ero detta, ridetta, fino a farne una sicurezza: “sono anormale”, “è tutto finito”.

La bellezza straordinaria del linguaggio è che, per quanto consenta di delimitare e articolare e strutturare, l’organizzazione che stabilisce non è mai immutabile: per sopravvivere, ogni parola necessita di continuare a muoversi fra le voci e i silenzi dei parlanti, di mutare nel percorrerli e, mutando, demolire, edificare, riconfermare o modificare quanto può. Questo movimento tra le persone, questo confronto, l’unica condizione. Senza confronto non potremmo scorgere le malattie, è vero, ma non ne avremmo nemmeno le cure.

Matilde Falasca Una foto dell’autrice

La cagionevolezza di noi giovani 

È forse qui, in una carenza di confronto, che ristagna la cagionevolezza di noi giovani, sistematicamente più esposti ai disturbi psichici rispetto alle generazioni precedenti. Nel mondo interconnesso dei social network in cui, ogni momento, qualsiasi esperienza diventa condivisibile e disponibile, il tempo nasconde i suoi argini e gli eventi si rapprendono in contenuti senza valore autonomo, da maneggiare perché fruttino: la realtà, con tutta la sua – a volte pericolosa, a volte salvifica – scivolosità, si scolla da noi, e le vite non hanno più su che fluire.

Il confronto, che scorre e si assorbe, non può farlo e viene presto sostituito dalla più solida pubblicazione, eclatante quanto rigida: permette lo scambio, ma controllato, stabile sull’invariabile segmentazione in profili virtuali, che non ne vengono compromessi. Ma noi vogliamo restare profili anche fuori dal virtuale, vogliamo decidere quali scritte applicarci addosso, quali pezzi di canzoni, in quante fotografie fissare il nostro vissuto, la nostra identità, e così distribuirci agli altri in modo quanto più accattivante.

Il tranello della visibilità che impone di possedersi al massimo per elargirsi al massimo: tutti dipendenti dallo sguardo – non la partecipazione – degli altri, non esistiamo non visti. E quando invece la nostra esistenza non vista reclama di essere almeno ascoltata, quando viene a mancare l’equilibrio e bisogna ricostruirlo, allora, se siamo disabituati a partecipare con le cose, l’urto si fa più brusco. Allora, se siamo disabituati alla compromissione, al rischio di trasformarci senza consenso e quindi, talvolta, di sparire, moriamo per davvero.

copertina del romanzo Ancora settembre di Matilde Falasca

 

L’AUTRICE – Ancora settembre (Hacca edizioni) è il secondo romanzo di una scrittrice giovanissima, Matilde Falasca, che ha esordito a 17 anni con Giulio Perrone, con Puoi chiamarmi Emma.

Nata nel 2004, Falasca è attualmente iscritta a Lettere Classiche.

Il suo secondo romanzo racconta la storia di Camilla e Andrea (e chi ruota loro intorno) nel passaggio dalle superiori all’università, scavando sugli attacchi di panico di lei e sulla depressione di lui. La storia si apre con i due che ancora non si conoscono: Camilla frequenta l’ultimo anno del liceo mentre Andrea è iscritto alla facoltà di storia.

Entrambi sono accomunati dalla paura “di rompere il fragile equilibrio che li tiene in piedi, che li fa respirare, vivere nonostante tutto”. La ragazza è attanagliata dall’ansia – così la chiamano i suoi genitori – mentre lui sembra essere sprofondato in un abisso in seguito alla morte del nonno.

Ancora settembre è un romanzo di formazione che racconta “il loro crescere delicato, la volontà di restare se stessi anche nel panico, anche nella depressione”. E narra la sofferenza di una giovinezza “che si sta disabituando alla vita”.

Fonte: www.illibraio.it

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