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Raccontare il gesto: un paio di trucchi per diventare un grande scrittore e turbare i lettori

14 aprile 2014
| di
Redazione IoScrittore
Creare un “effetto di realtà” è una delle qualità dei veri scrittori: un talento naturale dei narratori, ma anche una tecnica che si può affinare.

Stai leggendo uno degli incipit di IoScrittore. A un certo punto, all’improvviso in te scatta qualcosa: è come se qualcosa fosse uscito dalla pagina, dal testo, per diventare vero, reale. Ora lo vedi, lo senti, quello che era solo scritto. La capacità di creare questo “effetto di realtà” è una delle qualità dei veri scrittori: un talento naturale dei narratori, ma anche una tecnica che si può affinare.

A provocare questi soprassalti può essere per esempio la descrizione di un gesto: i capolavori della letteratura ne sono ravvivati e illuminati, aprendosi al gioco dell’interpretazione.

Ai gesti e alla loro etimologia, e dunque al loro significato, Claudio Franzoni ha dedicato un illuminante saggio, Da capo a piedi. Racconti dal corpo moderno. Il primo gesto è immortalato da un’immagine famosa e spesso riprodotta: il passaggio della borraccia tra i campionissimi Coppi e Bartali al Tour de France del 1952. Ma chi passò la borraccia a chi? I gesti portano spesso con sé un’ambiguità che li rende narrativamente assai interessanti.

In primo luogo, i gesti – gli atti del corpo – spesso trasmettono un significato – o una ricchezza di significati – che le parole non riescono a trasmettere o a condensare: “Gli atti dell’uomo, nel momento stesso in cui attraggono lo sguardo nel loro proporsi come immagini, negano un’interpretazione rigida e univoca” (Franzoni, op. cit., p. 31).
Un esempio è il pugno chiuso, che può assumere significati diversi a seconda delle circostanze (Franzoni, op. cit., pp. 107- 110); un altro è il modo di camminare, o meglio gli “stili di camminare” (Franzoni, op. cit., pp. 115-121), in particolare quello delle donne (al tema hanno dedicato un saggio Honoré de Balzac, Théorie de la démarche, 1833, e Rebecca Solnit, Storia del camminare, 2002).

Inoltre i gesti ci parlano e riusciamo a interpretarli (e spesso li adottiamo noi stessi) anche se non ne conosciamo la genesi. Sono dunque profondamente radicati nella nostra cultura, e in qualche modo inscritti nel nostro comportamento. Come ha scritto Roland Barthes, forse disponiamo di “una riserva di atteggiamenti stereotipati che costituiscono elementi di significato già pronti” (L’ovvio e l’ottuso, p. 12).

Un atteggiamento spesso non porta con sé un significato preciso, piuttosto un’atmosfera, una tonalità emotiva (Franzoni, op. cit., pp. 41-42). A volte hanno un significato rituale, devono essere compiuti in quella determinata circostanza: un esempio tipico sono i gesti di esultanza dei calciatori, “visibili, ben riconoscibili e codificati” rivolti ai tifosi (Franzoni, op. cit., p. 91).

Ma perché dare questa importanza ai gesti, rispetto alle parole? In primo luogo, perché “nonostante ci conforti l’idea che i vari movimenti del corpo abbiano un significato, in realtà essi sono irriducibili a enunciati verbali e per questa ragione non veicolano un significato vero e proprio” (Franzoni, op. cit., p.136). C’è poi una ragione più profonda, che gli attori e gli scrittori conoscono e sfruttano da tempo e che i neuroscienziati stanno illuminando proprio ora. Alcuni esperimenti scientifici suggeriscono che quando vediamo un altro essere umano compiere un movimento, si attivano immediatamente nel nostro cervello anche i neuroni che fanno compiere ai nostri muscoli quello stesso gesto, anche se non lo compiamo. Un fatto ancora più sorprendente: lo stesso accade quando leggiamo di un personaggio che compie un gesto: i nostri neuroni motori si attivano come se quel gesto lo dovessimo fare noi (vedi Giuseppe Longo, Cognizione ed emozione: processi di interpretazione del testo letterario dalle neuroscienze cognitive all’educazione emotiva, 2011).

Non ti chiedo di indossare un casco dotato di elettrodi per monitorare la tua attività cerebrale. Però mi piacerebbe sapere se qualche volta hai avuto l’impressione, leggendo una frase, che si fossero attivati quei neuroni, quasi a compiere quella stessa azione. Insomma, mi piacerebbe compilare con il vostro aiuto una “Grammatica dei gesti letterari”, una specie di ginnastica mentale per lettori e scrittori.

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