Consigli degli editor

Chi dà il titolo a un libro?

21 marzo 2013
| di
Redazione IoScrittore
Il titolo: vexata quaestio tra autore e editore. A chi spetta il diritto di “chiamare per nome” un libro? A chi ha scritto un testo o a chi ha contribuito a trasformare quel testo in un libro (ossia testo inserito in una dinamica tra lo scrivente e un pubblico)?

Il titolo: vexata quaestio tra autore e editore. A chi spetta il diritto di “chiamare per nome” un libro? A chi ha scritto un testo o a chi ha contribuito a trasformare quel testo in un libro (ossia testo inserito in una dinamica tra lo scrivente e un pubblico)?

Il perché di questo dilemma è chiaro: per l’autore il titolo di un libro spesso è poco meno che il nome dato a un figlio. Si tratta dell’appellativo con il quale il frutto di mille fatiche, aspirazioni, timori e ripensamenti dovrebbe muovere i primi passi nel mondo ignoto dei lettori, riverberando se possibile in poche parole (a volte una sola) l’intera gamma di emozioni, idee, suggestioni che lo scrittore ha cercato di riversare nelle sue pagine.
Per l’editore, il titolo è invece (assieme all’immagine di copertina e i testi di bandella) una delle opportunità di instaurare un primo fruttuoso contatto tra l’autore del quale ha intuito il talento e il pubblico che per lui o lei ha immaginato.
È proprio in questo dilemma che si esplica con chiarezza il delicato ruolo di mediazione svolto dall’editore, mediazione in verità a volte necessaria, a volte no (vi sono titoli che nascono editorialmente perfetti nella mente dello scrittore).
Il compito è delicato e comporta trovare un punto di risoluzione che aiuti l’autore a uscire, quando è necessario, dall’impasse che si può creare tra comprensibili ansie personali e il desiderio (che ogni scrittore alberga dentro di sé) che il proprio testo si ponga, fin dal titolo, in dialogo fruttuoso con il mondo.
In questa giusta aspirazione può infatti inserirsi a volte, in particolar modo tra gli esordienti (ma non solo) una sorta di affettuosa tirannia esercitata sullo scrittore dal suo “lettore implicito”: quel pubblico immaginario cioè, fatto di lettori inevitabilmente assai simili all’autore, e che quindi vibra alle sue medesime suggestioni, reagisce ai medesimi temi, ne possiede i medesimi gusti e a volte persino i ricordi. Ed è proprio a questa trappola che un buon titolo (magari grazie a un buon editore) può strappare un testo e con lui il suo autore.
Certo, un titolo non dovrebbe creare in alcun modo una promessa non mantenibile, lasciando intuire una storia che non c’è, pena la rottura di un patto di fiducia delicato e importante tra autore e lettore.
Ma a volte basta poco per creare una sospensione che intrighi senza “svendere”, incuriosisca senza involgarire, catturi senza ingannare. Questione di millimetri, a volte.
Un esempio per tutti? Gita al faro di Virginia Woolf. Nel titolo (e nella mente) dell’autrice non c’è mai stata alcuna gita. To the Lighthouse era, ed è, il titolo di quella grande opera. Ma quanta aspettativa, invece in quella piccola parola, quanta capacità evocativa di un mondo. E quanti lettori si sono incamminati, incuriositi e fiduciosi, in quella gita, scoprendo fin dai primi passi uno dei pilastri della narrativa britannica di tutti i tempi.
Recenti, filologiche edizioni hanno restituito il titolo originario, facendo tornare quel capolavoro, semplicemente, Al faro. Eppure la sensazione che quel “tradimento” sia stato felice, quasi necessario, inevitabilmente resta. In fondo si trattava del tradimento di un bravo editore, innamorato del testo che stava per pubblicare al punto di mentire un po’, ma solo un po’, nel presentarlo.
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