Consigli di scrittura

Fabiano Massimi: i segreti dietro un thriller storico
Consigli degli autori

Fabiano Massimi: i segreti dietro un thriller storico

28 Febbraio 2020
| di
Matilde Quarti
“La letteratura è tale se contiene vita. Bisogna leggere tantissimo e vivere tantissimo, la scrittura viene dopo…”. Su IoScrittore i consigli e le riflessioni sulla scrittura di Fabiano Massimi, autore de L’angelo di Monaco, thriller storico ispirato alla morte della nipote di Hitler

Fabiano Massimi (nella foto di Yuma Martellanz, ndr) vive per i libri: bibliotecario alla biblioteca Delfini di Modena, editor freelance per alcune case editrici, e in libreria con un thriller storico di successo: L’angelo di Monaco, edito da Longanesi. Per il suo romanzo Massimi si è ispirato a una storia vera: l’indagine, archiviata velocemente e piena di lacune, sulla morte di Geli Raubal, nipote di Hitler.
Mescolando verità e finzione, Massimi ha saputo costruire un’avvincente detective story, ricca di colpi di scena, ma anche di umorismo e accurate descrizioni di Monaco.
IoScrittore.it lo ha intervistato per farsi raccontare i segreti dietro la stesura del libro.

Com’è nato il suo rapporto con la scrittura?
“Si perde nelle nebbie del tempo: fin dove riesco a ricordare avevo la passione per le parole. Poi, come spesso succede, ci si incaponisce a voler scrivere prima di avere gli strumenti e le storie da raccontare. Ho passato trent’anni a imparare come costruire tecniche narrative, ho fatto anche un master biennale alla Scuola Holden, e ho lavorato come editor. Il problema più grande, però, è avere la storia: hai il desiderio ardente di raccontare, ma non sai perché e non sai cosa”.

Quanto influisce il suo mestiere di bibliotecario nel suo approccio alla scrittura?
“Ha influito tantissimo, in primis per quanto riguarda il genere che ho scelto. Lavoro in una biblioteca di pubblica lettura, quindi sto allo sportello e passo tutto il giorno a consigliare i lettori, e in più seguo personalmente la sezione dei gialli. E poi essere un bibliotecario ti rende anche molto umile”.

Perché?
“Sei conscio della grande quantità di capolavori che sono stati scritti e che non riuscirai mai a leggere: la concorrenza è altissima e il tuo libro non è così necessario, potresti passare la vita a fare il lettore”.

Il suo è un romanzo pieno di descrizioni dettagliate di Monaco: come ci ha lavorato?
“Per sottrazione. E sono andato a vedere di persona tutti i luoghi che ho descritto: per me Monaco è la terza protagonista del romanzo. Il problema è che quando si è attenti al dettaglio e si vuole rendere luoghi molto belli, si tende a eccedere con le descrizioni. Per cui spesso ho dovuto tagliare e ridurre. È un esercizio che ci faceva fare anche Giorgio Vasta, alla Holden: descrivere un oggetto esattamente come lo vedevamo. Provate a immaginarvi di dover descrivere una cosa, un luogo, o una persona a un cieco. Un buon esempio da cui partire è l’inizio di un racconto bellissimo di Carver: Cattedrale. Insomma, l’idea è quella: mettersi nell’ottica di raccontare qualcosa a qualcuno che non l’ha mai vista. E con Monaco è facile, perché è una città splendida che quasi nessuno conosce”.

Lei fa riferimento a personaggi storici. Com’è riuscito a integrare realtà e finzione?
“Ho fatto tesoro dell’esempio di scrittori come Umberto Eco, o come Manzoni. Mentre ho cercato di stare alla larga da un altro scrittore, che però amo molto, che è Dumas padre, e dai suoi ‘fantasy storici’. L’idea di partenza è raccontare tutto quello che si conosce il più dettagliatamente possibile e con una totale aderenza al documento. E su un periodo come il 1931 nella Repubblica di Weimar c’è tantissimo. La mia fortuna è stata che la vicenda era circoscritta a una settimana, e in un’epoca in cui Hitler non era ancora così importante: ho trovato molti documenti dettagliati, ma anche molti buchi su cui potevo lavorare, inserendo e inventando nuovi elementi. Però sempre con coerenza storica”.

Un’operazione certosina.
“Quando si fa un’operazione del genere, il sentimento dominante è la paura, il senso di impostura. Fare un errore in un romanzo storico è gravissimo, perché se il lettore lo trova il romanzo perde credibilità: cade quella che Coleridge chiamava la ‘sospensione dell’incredulità’ e Vonnegut la ‘spontanea accettazione di fesserie’, che è fondamentale. Se crolla questo aspetto il lettore non crederà più neanche alle cose che sono testimoniate e, siccome io volevo raccontare una storia dimenticata, era importantissimo per me che il lettore, pur non sapendo dove comincino e dove finiscano i dati reali, non pensasse che mi ero inventato anche alcuni dettagli: dove è stato trovato il cadavere di Geli, che esistono lettere compromettenti, o le testimonianze di personaggi storicamente esistiti. Per evitare che venisse messo in dubbio ciò che per me era il cuore del romanzo, cioè la storia vera, dovevo stare attento a tutto il resto. L’idea alla fine è questa: riempire i buchi, rimanendo verosimili e riportando tutto quello che sappiamo per certo senza contraddirlo”.

Ci fa un esempio di un elemento di invenzione?
“Il commissario Siegfried Sauer, il protagonista. Il suo nome esiste davvero, si trova nei verbali della polizia di quei giorni, perché ci fu effettivamente un’indagine ufficiale poi archiviata. In quei verbali si trova solo il cognome, Sauer, più alcune prove che ottenne da Hitler durante il loro colloquio, che si tenne realmente. A questo punto, non essendoci nient’altro, mi sono inventato il nome di battesimo, la sua età, il luogo in cui viveva, il suo passato, il tutto con coerenza ad altre storie che ho letto documentandomi”.

Quali sono gli elementi più importanti a cui deve fare attenzione un autore di thriller?
“È importantissimo non barare con il lettore e mettere tutto in primo piano. Mettere in primo piano gli elementi cruciali funziona, perché normalmente sfuggono, ma se un lettore è estremamente attento può arrivare alla soluzione prima dell’investigatore. Poi è meglio che questo non succeda, perché è un peccato, però non si può barare, come diceva l’infermiera di Misery non deve morire di Stephen King. Per esempio: se alla fine della puntata di una serie viene mostrata un’auto con su l’eroe che sfreccia giù da un dirupo, non sì può cominciare la puntata successiva con l’eroe che apre la portiera e si butta fuori. Il mio consiglio è questo: mettete tutti gli elementi in bella vista, forniteli tutti, non barate”.

E per quanto riguarda l’aspetto storico, qual è il consiglio fondamentale?
“Mettere quanta più realtà storica dentro al romanzo, partendo dai dettagli e dai singoli episodi. Nel romanzo descrivo Göring che vola su un biplano, facendo delle evoluzioni. Prima di documentarmi non sapevo che Göring in gioventù fosse un eroe di guerra, che aveva volato col Barone Rosso, e che fosse una persona di grande fascino. Se lo racconto così, con questi elementi, il lettore ha un’impressione di realtà, di stare leggendo una storia vera e non il cliché del nazista che ordina: ‘Fucilateli!’, mentre mangia un’oliva e ascolta Wagner. Il romanzo storico vive davvero quando non si piega al cliché. Senza eccedere nel dettaglio, ma scegliendo quello che può essere inedito, caratteristico. L’altro consiglio è ricordarsi che i lettori amano sentirsi immersi in un luogo (un aspetto che, per esempio, Dan Brown cura benissimo): io scrivevo con l’idea che alla fine il mio lettore sarebbe voluto andare a Monaco”.

Da cosa si riconosce una buona detective story?
“La grandissima differenza la fanno i personaggi, sia i protagonisti sia i comprimari. Quando l’autore vuole bene ai suoi personaggi, anche ai cattivi, li riesce a rendere vivi. L’esempio classico è Simenon: i gialli di Maigret contengono trame risibili e descrizioni di luoghi leggere, ma quello che prende subito della scrittura di Simenon è il suo modo di raccontare i personaggi. Gli scrittori più grandi riescono a farlo anche con i personaggi scomodi”.

Ad esempio?
“Antonio Manzini: Rocco Schiavone nel primo romanzo della serie è detestabile, fa cose terribili. Però cos’è che ce lo fa amare? Il fatto che Manzini è così bravo da farci entrare nella sua testa e nella sua pelle”.

Cosa significa voler bene a un personaggio?
“Non vuol dire giustificarlo, vuol dire pensare che tutti, anche i più spregevoli, hanno il diritto di essere resi in maniera tale da essere tridimensionali, veri. Devi farlo con tutti, anche con una comparsa: è la differenza tra un romanzo cattivo e un romanzo buono, in generale, e nel giallo ancora di più”.

Nell’Angelo di Monaco, nonostante racconti una vicenda cupa, c’è ironia.
“È una caratteristica di quello che amo leggere e che cerco di scrivere: nella letteratura bisogna mettere un po’ di umorismo, come accade nella vita. È un aspetto che vale per qualsiasi epoca: si rideva con la peste nera, si rideva con la spagnola, si rideva sotto Hitler. Sarebbe un falso storico, un falso esistenziale, se non ci fosse umorismo in tempi che, a maggior ragione, ne hanno bisogno. Altrimenti come si sopravvive sotto questi regimi, così neri e così cupi? 1984 di Orwell è un libro grandissimo, però ha una pecca”.

Quale?
“Non ha mai neanche un istante di luce. Ma se non ci fosse neanche un istante di luce si suiciderebbero tutti i personaggi in massa. Le persone cercano di sopravvivere, e l’ironia è sempre stata il modo per farlo. Per questo era scontato inserirla nel romanzo, il problema semmai era riuscire a contenerla, perché non doveva essere un libro umoristico, quindi ho deciso di regalarla tutta a un personaggio, Mutti, che è quello a cui si affezionano tutti i lettori da subito”.

Se dovesse dare un consiglio a un aspirante scrittore, quale sarebbe?
“Ne darei due. Il primo è leggere. Anche perché è leggendo che si trovano una voce e delle idee.
Il secondo consiglio è vivere, fare qualsiasi cosa, anche altra rispetto alla scrittura. Io ho fatto un percorso completamente in mezzo ai libri, però sarebbe andato ugualmente bene andare a lavorare in un villaggio turistico per dieci anni. La letteratura è tale se contiene vita. Bisogna leggere tantissimo e vivere tantissimo, la scrittura viene dopo”.

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