Consigli di scrittura

Leonardo Gori, tra i più apprezzati giallisti italiani, ci svela i segreti della sua scrittura
Consigli degli autori

Leonardo Gori, tra i più apprezzati giallisti italiani, ci svela i segreti della sua scrittura

3 ottobre 2019
| di
Redazione IoScrittore
Quanto conta essere autentici per scrivere un buon romanzo? Quanto è importante scrivere di ciò che si conosce bene? Come individuare l’editore adatto per la pubblicazione del proprio libro?

Leonardo Gori vive a Firenze. È autore del ciclo di romanzi di Bruno Arcieri: prima capitano dei Carabinieri nell’Italia degli anni Trenta, poi ufficiale dei Servizi segreti nella seconda guerra mondiale e infine inquieto senior citizen negli anni Sessanta del Novecento. Il primo romanzo della serie è Nero di maggio, ambientato a Firenze nel 1938, cui sono seguiti Il passaggioLa finaleL’angelo del fango (Premio Scerbanenco 2005), Musica neraLo specchio nero e Il fiore d’oro, gli ultimi due scritti con Franco Cardini. La serie di romanzi è in corso di riedizione in TEA. È anche autore di fortunati thriller storici e co-autore di importanti saggi sul fumetto e forme espressive correlate (illustrazione, cinema, disegno animato).

Come hai pubblicato il tuo primo romanzo?
Dopo aver scritto la storia che volevo a tutti i costi raccontare, senza pensare a una possibile pubblicazione, sentii l’esigenza di farla leggere ad amici e un paio di lettori “importanti”. Con mia sorpresa, specie questi ultimi ne furono entusiasti. Così decisi di far stampare un gran numero di copie del dattiloscritto (era più di vent’anni fa!) e di spedirlo a tutti gli editori che mi pareva avessero collane adatte a quel genere di narrazione. Non ebbi quasi alcuna risposta. Però incappai nel compianto Luigi Bernardi, che volle farmi da agente pro tempore e mi procurò il primo contratto con Hobby & Work, diretta da Luigi Sanvito. In mezzo, ci furono varie avventure, fra cui l’incontro con un editore a pagamento, sotto mentite spoglie, da cui mi salvò un amico del settore…

Che cosa ti ha dato il rapporto con gli editor e il direttore editoriale della casa editrice?
Ho pubblicato con quattro editori, in vent’anni, e ho avuto esperienze molto diverse. Solo con l’approdo a TEA ho trovato un ambiente che mi si confaceva, in cui mi sono sentito a mio agio. Lavoro con una struttura piccola e agile e allo stesso tempo con tutti i vantaggi di appartenere al colosso GeMS. Il mio rapporto personale con il direttore editoriale è straordinario, nel tempo si è evoluto in una vera e propria amicizia. È un vero editore, è coraggioso, combatte al mio fianco. Lo stesso è accaduto con l’ufficio stampa. Con gli editor, all’inizio uno esterno e poi uno interno a TEA, ho stabilito un rapporto molto costruttivo, basato sul rispetto reciproco. Da parte loro c’è sempre stata grande professionalità, e sono pienamente consapevole di quanto il loro lavoro sia essenziale per far arrivare al meglio al lettore il messaggio che si intende far passare.

Quando scrivi pensi a un lettore ideale?
No, quando scrivo racconto una storia a me stesso: sono io il mio lettore ideale, il romanzo deve piacere a me. Devo essere convinto, alla fine del lavoro, di essere riuscito a dire quel che volevo. È sempre una battaglia. Ciò non toglie che abbia un grande rispetto per il lettore, e che cerchi di non deludere alcune delle sue aspettative fondamentali. Ma si torna sempre lì: se il mio lettore-tipo sono io, il gioco è fatto.

Che importanza hanno le riscritture?
Le riscritture, che nel mio caso sono tantissime, ossessive, hanno un valore fondamentale. È sempre scrittura, anche quando si torna per l’ennesima volta su una pagina e sembra di correggere solo le bozze, è sempre creazione, anche quando si fissa lo schermo del computer e non si muove un dito sulla tastiera. D’altra parte anche passare una giornata fuori, a pensare a storia e personaggi, è scrittura. Scrivere un romanzo è la somma di una miriade di pensieri, pentimenti, tic, che vanno a sovrapporsi all’atto puro e semplice della cosiddetta prima stesura.

Quali consigli daresti a un aspirante scrittore?
Non saprei che consigli dare, in un periodo così difficile per l’editoria, se non quello di scrivere solo se se ne ha l’assoluta esigenza, se si morirebbe, senza poterlo fare. Gli raccomanderei di non cercare di rincorrere il best seller, perché non funziona. Di non mentire mai, perché il lettore si accorge della falsità, della malafede: è scaltro e ha antenne sensibilissime. Di leggere molto e di tutto, non solo narrativa; di non scoraggiarsi mai e di insistere sempre, fino all’ultimo respiro. Di ascoltare i consigli di editori, agenti e critici ma poi fare di testa propria.

Come mai ti sei orientato sulla scrittura di romanzi di ambientazione storica? Cosa c’è di diverso, per te, rispetto al racconto del presente?
Quando iniziai, avevo in mente una vicenda che doveva per forza essere ambientata in un anno e un mese precisi, il maggio del 1938. Ovviamente, ciò nasceva dalla mia passione per la Storia, e dalla convinzione che è necessario scrivere di ciò che si conosce bene, o che si crede di conoscere bene… Solo i grandi scrittori riescono a cogliere in modo immediato il loro presente. Io mi nascondo nelle pieghe del passato, e guardo di straforo ciò che mi può collegare all’oggi. Gioco con la prospettiva, col vantaggio del senno del poi. La Storia è un serbatoio straordinario di spunti, di idee, di suggestioni, di emozioni. È la mia miniera, il magazzino da cui rubo le idee.

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