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Prendersi cura delle lacrime ed esorcizzare gli spazi: le storie giapponesi che influenzano la scrittura - di Francesca Scotti

10 Marzo 2026 |
di
Francesca Scotti
Dall'agenzia che offre un servizio per aiutarti a piangere (uomini belli, dei veri e propri “sommelier di lacrime”) alla repulsione per gli immobili in cui si sono verificati eventi traumatici, passando per gli oggetti "che possono trattenere energie complicate"... Francesca Scotti, in libreria con "La stagione delle case vuote", ci parla del suo legame con il Paese del Sol Levante e, in particolare, di come alcune professioni "bizzarre", alcuni racconti e alcune tradIzioni nipponiche la influenzino nel processo di scrittura: "Il Giappone mi ha insegnato a guardare le cose da un’angolazione differente..."

Era una mattina di primavera di una decina di anni fa. Mi ero da poco trasferita nel nuovo appartamento di Nagoya e stavo stendendo il bucato sul balcone. Anche la mia vicina – una minuta signora sulla sessantina con la quale non avevo mai parlato – faceva lo stesso.

All’improvviso, mi passò davanti un corvo: grande e bellissimo, batteva le sue ali nere con calma. Nel becco, nero anch’esso, stringeva un appendiabiti celeste. Lo teneva per l’uncino, con precisione domestica, quasi stesse tornando dalla tintoria. D’istinto sorrisi e mi girai verso la vicina. Ci guardammo oltre il divisorio, anche lei sorrideva e mi disse: “È una fortuna poter assistere alle piccole meraviglie della vita stendendo i panni.”

Quella frase racchiudeva tutto ciò che avrei imparato, a poco a poco, nella mia nuova dimensione nipponica.

“Il Giappone mi ha insegnato a guardare le cose da un’angolazione differente”

Se è vero che spesso dal Giappone ci arrivano notizie eccentriche o surreali – e non è ciò che mi appassiona – è altrettanto vero che il Giappone mi ha insegnato a guardare le cose da un’angolazione differente: a riconoscere la bellezza anche nel tempo che trasforma e invecchia, la spiritualità della natura e il mistero che si nasconde nelle pieghe del quotidiano. Ho imparato a lasciarmi sorprendere ed è questo atteggiamento che nutre la mia scrittura.

Spesso tutto ha origine da una scintilla di realtà. A volte arriva dalla cronaca, altre da conversazioni ascoltate per caso o da thread che leggo su qualche forum on line. Alcune storie sono così suggestive, descrivono così bene l’incrinatura del reale, da farmi provare un pizzico di invidia: perché non le ho inventate io?

I “sommelier di lacrime”

Per esempio, anni fa ho scoperto l’esistenza di un’agenzia, la Ikemeso danshi, che offre un servizio per aiutarti a piangere. Uomini belli, dei veri e propri “sommelier di lacrime” (è persino possibile fare un corso per diventarlo), ti aiuteranno a sciogliere ciò che è rimasto trattenuto, portando sollievo emotivo. È possibile avvalersene singolarmente o chiamarli in azienda: in questo caso la sessione si svolgerà in ufficio così da condividere con i colleghi la propria vulnerabilità.

La repulsione per gli jiko bukken, in cui si sono verificati eventi traumatici 

Nel racconto Affitto breve della mia nuova raccolta La stagione delle case vuote *, la professione del protagonista, Shion Kirisawa, è quasi reale: in Giappone ci sono gli jiko bukken, immobili in cui si sono verificati eventi traumatici – omicidi, suicidi, morti solitarie – che, pur non lasciando tracce materiali, causano al possibile acquirente o affittuario repulsione e disagio.

Si tratta di uno stigma culturale e psicologico così forte da far diminuire il valore dell’abitazione anche drasticamente. Fino a un po’ di tempo fa – prima che intervenissero le recenti linee guida ministeriali – esisteva una pratica chiamata bukken laundering: nella casa contaminata veniva fatto risiedere un primo inquilino per un breve periodo, una sorta di presenza purificatrice che avrebbe fatto decadere l’obbligo di informare i successivi locatari. Ecco, Shion Kirisawa fa un lavoro simile, “lavaspiritualmente questi immobili forse infestati.

“Anche gli oggetti possono trattenere energie complicate”

Anche gli oggetti, soprattutto se legati a un momento delicato della vita come l’infanzia, possono trattenere energie complicate: tempo fa ho letto il post di un ragazzo che chiedeva consigli su come sbarazzarsi di un vecchio peluche, salutandolo con rispetto, senza scatenarne il rancore. I commenti erano moltissimi, tutti estremamente seri, puntuali, partecipati. Alcuni utenti raccontavano le proprie esperienze in circostanze analoghe e consigliavano di portare il pupazzo al santuario per un rituale commemorativo, il ningyō kuyō, tradizionalmente dedicato alle bambole ma ora esteso ad altri oggetti dell’infanzia; qualcun altro consigliava di bendargli gli occhi, soprattutto se di vetro, prima di riporlo in una scatola e smaltirlo normalmente.

“La cura serve a placare gli spiriti inquieti”

La cura serve a placare gli spiriti inquieti, a non spezzare in modo brusco il legame con qualcosa che ha fatto parte della nostra vita, ma anche a generare atti d’amore straordinari: ho letto di un uomo che, sapendo che la moglie avrebbe perso la vista, ha creato per lei – e per chiunque voglia visitarlo – un giardino di soli fiori profumati.

Tutto questo è reale e al tempo stesso è come se mi raccontasse, e mi suggerisse di raccontare, qualcosa di più: più profondo, più divertente, più spaventoso, più emozionante, più incredibile eppure credibilissimo.

Storie di questo tipo restano con me per mesi, a volte per anni. Le appunto su un quaderno dalla copertina rossa che diventa una sorta di portagioie, simile a quello che aveva la mia bisnonna con tanto di carillon e ballerina: lo apro, rileggo, e provo una felicità luccicante. Non solo per le storie che custodisce che tanto sollecitano la mia fantasia, ma per il modo in cui il confine tra realtà e immaginazione sbiadisce davanti a me.

Durante la prima presentazione della Stagione delle case vuote a Milano, alla libreria Verso, insieme a Nicola Feninno abbiamo esplorato alcuni di questi spunti narrativi. Al termine, una persona del pubblico mi ha chiesto se le tre professioni giapponesi quasi reali emerse dalla conversazione – esorcizzare gli spazi, congedare dignitosamente i nostri giochi d’infanzia, prendersi cura delle lacrime – non fossero, in fondo, tre declinazioni del mestiere di scrivere.

Credo proprio che avesse ragione.

Francesca Scotti la stagione delle case vuote

L’AUTRICE E IL LIBRO – Francesca Scotti (qui i suoi articoli per ilLibraio.itndr), originaria di Milano, divide il suo tempo tra Italia e Giappone. Diplomata al Conservatorio e laureata in giurisprudenza, ha pubblicato racconti e reportage su diverse riviste italiane e straniere. Nel 2011 ha esordito con la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic) che ha vinto il premio Fucini.

Ha pubblicato romanzi e racconti con vari editori – tra cui Bompiani, Hacca, Il Saggiatore, effequ – e due libri illustrati: L’incanto del buio (Orecchio Acerbo) con le illustrazioni di Claudia Palmarucci, e Shimaguni – Atlante narrato delle isole giapponesi (Bompiani) con le illustrazioni di Uragami Kazuhisa.

Dopo Il tempo delle tartarughe (Hacca, 2022), appena pubblicato in Giappone – l’autrice pubblica, sempre con Hacca, una nuova raccolta di raccontiLa stagione delle case vuote, che conferma la sua voce “capace di fondere atmosfere quotidiane e perturbanti, realtà e dimensione visionaria”. Le storie si muovono tra memoria, intimità e mistero, restituendo frammenti di vita che oscillano tra la delicatezza e l’inquietudine.

Ogni racconto si apre, apparentemente, su una situazione tranquilla, di stallo, ma poi, un dettaglio apparentemente minimo – un odore, un oggetto, un incontro casuale – “spalanca squarci sull’invisibile e sulle zone d’ombra dell’esistenza”.

Fonte: www.illibraio.it

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