Era una mattina di primavera di una decina di anni fa. Mi ero da poco trasferita nel nuovo appartamento di Nagoya e stavo stendendo il bucato sul balcone. Anche la mia vicina – una minuta signora sulla sessantina con la quale non avevo mai parlato – faceva lo stesso.
All’improvviso, mi passò davanti un corvo: grande e bellissimo, batteva le sue ali nere con calma. Nel becco, nero anch’esso, stringeva un appendiabiti celeste. Lo teneva per l’uncino, con precisione domestica, quasi stesse tornando dalla tintoria. D’istinto sorrisi e mi girai verso la vicina. Ci guardammo oltre il divisorio, anche lei sorrideva e mi disse: “È una fortuna poter assistere alle piccole meraviglie della vita stendendo i panni.”
Quella frase racchiudeva tutto ciò che avrei imparato, a poco a poco, nella mia nuova dimensione nipponica.
Se è vero che spesso dal Giappone ci arrivano notizie eccentriche o surreali – e non è ciò che mi appassiona – è altrettanto vero che il Giappone mi ha insegnato a guardare le cose da un’angolazione differente: a riconoscere la bellezza anche nel tempo che trasforma e invecchia, la spiritualità della natura e il mistero che si nasconde nelle pieghe del quotidiano. Ho imparato a lasciarmi sorprendere ed è questo atteggiamento che nutre la mia scrittura.
Spesso tutto ha origine da una scintilla di realtà. A volte arriva dalla cronaca, altre da conversazioni ascoltate per caso o da thread che leggo su qualche forum on line. Alcune storie sono così suggestive, descrivono così bene l’incrinatura del reale, da farmi provare un pizzico di invidia: perché non le ho inventate io?
Per esempio, anni fa ho scoperto l’esistenza di un’agenzia, la Ikemeso danshi, che offre un servizio per aiutarti a piangere. Uomini belli, dei veri e propri “sommelier di lacrime” (è persino possibile fare un corso per diventarlo), ti aiuteranno a sciogliere ciò che è rimasto trattenuto, portando sollievo emotivo. È possibile avvalersene singolarmente o chiamarli in azienda: in questo caso la sessione si svolgerà in ufficio così da condividere con i colleghi la propria vulnerabilità.
Nel racconto Affitto breve della mia nuova raccolta La stagione delle case vuote *, la professione del protagonista, Shion Kirisawa, è quasi reale: in Giappone ci sono gli jiko bukken, immobili in cui si sono verificati eventi traumatici – omicidi, suicidi, morti solitarie – che, pur non lasciando tracce materiali, causano al possibile acquirente o affittuario repulsione e disagio.
Si tratta di uno stigma culturale e psicologico così forte da far diminuire il valore dell’abitazione anche drasticamente. Fino a un po’ di tempo fa – prima che intervenissero le recenti linee guida ministeriali – esisteva una pratica chiamata bukken laundering: nella casa contaminata veniva fatto risiedere un primo inquilino per un breve periodo, una sorta di presenza purificatrice che avrebbe fatto decadere l’obbligo di informare i successivi locatari. Ecco, Shion Kirisawa fa un lavoro simile, “lava” spiritualmente questi immobili forse infestati.
Anche gli oggetti, soprattutto se legati a un momento delicato della vita come l’infanzia, possono trattenere energie complicate: tempo fa ho letto il post di un ragazzo che chiedeva consigli su come sbarazzarsi di un vecchio peluche, salutandolo con rispetto, senza scatenarne il rancore. I commenti erano moltissimi, tutti estremamente seri, puntuali, partecipati. Alcuni utenti raccontavano le proprie esperienze in circostanze analoghe e consigliavano di portare il pupazzo al santuario per un rituale commemorativo, il ningyō kuyō, tradizionalmente dedicato alle bambole ma ora esteso ad altri oggetti dell’infanzia; qualcun altro consigliava di bendargli gli occhi, soprattutto se di vetro, prima di riporlo in una scatola e smaltirlo normalmente.
La cura serve a placare gli spiriti inquieti, a non spezzare in modo brusco il legame con qualcosa che ha fatto parte della nostra vita, ma anche a generare atti d’amore straordinari: ho letto di un uomo che, sapendo che la moglie avrebbe perso la vista, ha creato per lei – e per chiunque voglia visitarlo – un giardino di soli fiori profumati.
Tutto questo è reale e al tempo stesso è come se mi raccontasse, e mi suggerisse di raccontare, qualcosa di più: più profondo, più divertente, più spaventoso, più emozionante, più incredibile eppure credibilissimo.
Storie di questo tipo restano con me per mesi, a volte per anni. Le appunto su un quaderno dalla copertina rossa che diventa una sorta di portagioie, simile a quello che aveva la mia bisnonna con tanto di carillon e ballerina: lo apro, rileggo, e provo una felicità luccicante. Non solo per le storie che custodisce che tanto sollecitano la mia fantasia, ma per il modo in cui il confine tra realtà e immaginazione sbiadisce davanti a me.
Durante la prima presentazione della Stagione delle case vuote a Milano, alla libreria Verso, insieme a Nicola Feninno abbiamo esplorato alcuni di questi spunti narrativi. Al termine, una persona del pubblico mi ha chiesto se le tre professioni giapponesi quasi reali emerse dalla conversazione – esorcizzare gli spazi, congedare dignitosamente i nostri giochi d’infanzia, prendersi cura delle lacrime – non fossero, in fondo, tre declinazioni del mestiere di scrivere.
Credo proprio che avesse ragione.

L’AUTRICE E IL LIBRO – Francesca Scotti (qui i suoi articoli per ilLibraio.it, ndr), originaria di Milano, divide il suo tempo tra Italia e Giappone. Diplomata al Conservatorio e laureata in giurisprudenza, ha pubblicato racconti e reportage su diverse riviste italiane e straniere. Nel 2011 ha esordito con la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic) che ha vinto il premio Fucini.
Ha pubblicato romanzi e racconti con vari editori – tra cui Bompiani, Hacca, Il Saggiatore, effequ – e due libri illustrati: L’incanto del buio (Orecchio Acerbo) con le illustrazioni di Claudia Palmarucci, e Shimaguni – Atlante narrato delle isole giapponesi (Bompiani) con le illustrazioni di Uragami Kazuhisa.
Dopo Il tempo delle tartarughe (Hacca, 2022), appena pubblicato in Giappone – l’autrice pubblica, sempre con Hacca, una nuova raccolta di racconti, La stagione delle case vuote, che conferma la sua voce “capace di fondere atmosfere quotidiane e perturbanti, realtà e dimensione visionaria”. Le storie si muovono tra memoria, intimità e mistero, restituendo frammenti di vita che oscillano tra la delicatezza e l’inquietudine.
Ogni racconto si apre, apparentemente, su una situazione tranquilla, di stallo, ma poi, un dettaglio apparentemente minimo – un odore, un oggetto, un incontro casuale – “spalanca squarci sull’invisibile e sulle zone d’ombra dell’esistenza”.
Fonte: www.illibraio.it
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