Qualcuno tra i partecipanti al torneo IoScrittore del 2024 magari ha avuto in lettura questo brillante esordio – presentato appunto con il titolo di “Solo Zhenga con l’h” – e ha potuto fare conoscenza con un personaggio straordinario, una dodicenne curiosa e smart, con un «cespuglio» di capelli ricci afro dotato di personalità propria – per tutti in famiglia Bao, da Baobab – che vive a Milano con la madre Anna e il padre Solomon. Per tutti gli altri che lo potranno leggere adesso, ecco un breve riassunto di questa romanzo di formazione rocambolesco e molto divertente. Insieme a Zhenga e ai suoi genitori vive anche l’eccentrico nonno Arturo, con il quale la ragazzina passa la maggior parte del tempo. Un quotidiano collaudato, scandito dai drammi tipici dell’età. Un giorno, però, la professoressa di italiano chiede ai ragazzi di disegnare l’albero genealogico della propria famiglia. Zhenga, complice la logorrea del nonno, che ama confezionare storielle ai confini dell’inverosimile su parenti e amici, sa tutto del suo lato materno, ma quasi nulla di quello paterno. Solomon, infatti, è fuggito dal Ruanda da bambino durante la guerra civile e da anni ha interrotto ogni rapporto con la madre e le sorelle, benché vivano anche loro in Italia. La sua famiglia, adesso, sono la moglie e la figlia. Il padre rifiuta di raccontarle del suo passato ma Zhenga, che si sente sempre a metà, né bianca né nera, né italiana né ruandese, né grande né piccola, ha bisogno di risposte. Decide così di scappare di casa, per mettersi sulle tracce della nonna paterna, in un viaggio attraverso l’Italia che è un viaggio alla scoperta di sé. A farle compagnia una caustica drag queen, che con lei tirerà fuori un inaspettato lato materno, una tiktoker attivista, che alterna filippiche #blacklivesmatter a orazioni in difesa del riccio afro e Sabato, professione «traghettatore di anime» nell’inferno del caporalato, con una passione per l’Heavy Metal e i puzzle. Un percorso a ostacoli, come in un videogame, ma grazie all’entusiasmo e alla sua determinazione, Zhenga riuscirà a trovare le risposte che cerca, insegnando agli adulti che, per diventare grandi, i figli hanno bisogno di radici. Una storia, come vedete di grande attualità, che tocca temi importanti con tono lieve e facendo divertire. Non a caso Enrico Galiano, che lo ha letto in anteprima ha detto: “Una storia che ti spettina l’anima”.
In occasione della pubblicazione abbiamo incontrato l’autrice, per farle qualche domanda sulla sua esperienza con il torneo e con la lavorazione del romanzo. Ecco che cosa ci ha raccontato
Come e perché hai deciso di partecipare a IoScrittore?
Ero nella fase “Il mattino ha l’oro in bocca”, come il Jack Nicholson di Shining. Dopo due anni di gestazione il romanzo, come tutti i romanzi che si rispettino, era quasi finito. Quel quasi significava che ogni giorno mi mettevo al pc a litigare con quell’aggettivo o con quella virgola che mi faceva venire il prurito. Per non parlare dei manrovesci da parte di quel personaggio minore, che non ne voleva sapere di essere acciuffato e rimaneva lì, nello stereotipo, a farmi la linguaccia. Insomma: ero in una specie di loop: non riuscivo a mettere la parola fine a un lavoro che, con il senno di poi, era già finito. La verità? Non sapevo cosa farmene di questo libro. Mandarlo a una casa editrice? E come no: aspettavamo solo te Raffaella, ci sembri la nuova Virginia Wolf, da questa parte, prego. Sottoporlo a un’agenzia letteraria? Sì, ma quale? Serve Google Maps per orientarsi tra mille nomi. Forse la soluzione era placcare come un rugbista un editore a qualche salone del libro, ma non ho il physique du rôle, accidenti, sono alta un metro e 56, manco il carabiniere posso fare. Bazzicando su Internet sono inciampata nel torneo IoScrittore e mi sono detta: perché no?
Lo consiglieresti a un aspirante scrittore?
Decisamente: partecipate, partecipate e partecipate, perché è un concorso democratico e meritocratico. È richiesto l’anonimato, il che sgombra il campo da possibili favoritismi o corsie preferenziali. Non conta se di mestiere guidi gli autobus o sei la nipote di Trump. Ci siete solo tu e la tua scrittura. La tua e quella di quattromila e rotti dilettanti allo sbaraglio. Leggere i manoscritti degli altri partecipanti è stato molto istruttivo: mi ha aiutato a riconoscere i miei errori di scrittura e di approccio. Una specie di master accelerato. E del tutto gratuito, il che non guasta. L’altro aspetto fondamentale è stato ricevere i feedback degli altri concorrenti sul mio lavoro. Ricordo in particolare un paio di commenti illuminanti sull’incipit, nei quali mi veniva detto tutto molto carino eh, ma sei dispersiva, apri troppi file e si fatica a star dietro alla storia principale. Questi lettori-concorrenti avevano ragione: mi sono fatta il segno della croce e ho tagliato interi capitoli, situazioni, personaggi. Il romanzo che ho consegnato al concorso l’11 luglio 2024, ultima data utile, era, di fatto, un altro romanzo, anche nella misura: da 400 pagine ero passata a 200.
Che cosa ci puoi dire della tua esperienza di lavoro con un editor?
Con Luisa Azzolini, la mia editor, ho avuto una fortuna sfacciata. Donna pratica, di un’ironia garbatamente feroce, è una professionista attenta, che sa lasciare spazio. Su una sintassi senza fronzoli – soggetto, verbo, complemento oggetto – ci siamo subito capite. Le sue osservazioni sul romanzo mi hanno permesso di puntellare le parti della trama che ancora traballavano, di sbrogliare alcune frasi particolarmente ostiche e trovare, quando serviva, il vocabolo più giusto. In uno degli ultimi giri di editing abbiamo giocato a ping-pong sul verbo “schermare”: si può usare in forma riflessiva? Io insistevo che sì, lei propendeva invece per “schermirsi”. Vocabolario alla mano, aveva ragione lei. Lesson number 1: prima della licenza poetica, diventa poeta.
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