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“Amo gli scrittori che celebrano la vita”: lo scrittore Manuel Vilas si racconta
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“Amo gli scrittori che celebrano la vita”: lo scrittore Manuel Vilas si racconta

22 Novembre 2021
| di
Matilde Quarti

Manuel Vilas è uno dei maggiori autori spagnoli viventi: poeta amatissimo, ha all’attivo numerosi saggi e romanzi, tra cui l’acclamato In tutto c’è stata bellezza (Guanda, 2018, traduzione di Bruno Arpaia). Con una prosa vivida e luminosa, Vilas si addentra con meraviglia nell’esperienza umana, proponendo al lettore immagini dal sapore quasi spirituale, ma mai avulse dalla realtà. Una realtà che, nei suoi contorni più grotteschi, nelle sue idiosincrasie capitaliste e politiche, viene riportata all’essenza delle cose, all’ironia intrinseca a tutte le tragedie del mondo.

I baci, l’ultimo romanzo di Manuel Vilas, sempre pubblicato da Guanda e tradotto da Arpaia, è un vero e proprio inno alla vita, in cui la pandemia Covid-19 viene guardata senza paura e indagata per quello che è stata: un intermezzo alla vita “di prima”, quella fatta di carezze e di baci, appunto. 

Vilas, guarda con occhio critico a certe scelte governative e riflette sulla bellezza e sulla libertà che, per qualche mese, sono sembrate perdute, messe tra parentesi dall’emergenza, e che, oggi più che mai, è necessario salvare dalla brutalità del mondo. I baci, infatti, racconta una vicenda sentimentale, un’amore che sboccia nel momento più impensato, quello del lockdown della primavera 2020, tra uno scrittore quasi sessantenne, Salvador, che ha scelto di trasferirsi momentaneamente fuori città in una baita nel bosco, e la bellissima Montserrat, di una quindicina d’anni più giovane, che gestisce l’alimentari che rifornisce il piccolo paese. Quello di Vilas è un canto di speranza, rivolto a una vita che continua, nonostante tutto, nutrita dalla letteratura, anche nei tempi sospesi della storia.

I riferimenti letterari dei Baci sono svariati, a partire dal Don Chisciotte di Cervantes, opera che impregna i pensieri di Salvador, lo aiuta a riflettere sulla pandemia, sull’ironia che pervade l’esperienza umana, sulla tensione alla sopravvivenza che porta la vita ad avere sempre la meglio e a rigenerarsi ancora.

E di queste tematiche Manuel Vilas ha discusso con ioScrittore.it, in un’intervista in cui l’autore racconta i libri degli altri e, così facendo, aggiunge un ulteriore tassello alla definizione della propria poetica.

Che libro sta leggendo in questo momento?

“Una recente traduzione di Ieri, di Agota Kristof”.

C’è un autore che ha influenzato particolarmente la sua poetica?

“Walt Whitman. Le opere di Whitman sono un inno alla vita. La sua vitalità è prodigiosa, le sue parole sono una grande utopia: poesia, amore, fraternità, tutti questi aspetti rientrano in una complessa celebrazione dell’esistenza. Apprezzo molto quegli scrittori in cui si percepisce un credo nella forza della vita. Anche Kafka, per esempio, era un vitalista, e non quel personaggio tormentato, angoscioso, la cui immagine è stata diffusa a partire dagli anni Quaranta del Novecento. Leggendo le memorie di Max Brod [caro amico di Kafka a cui dobbiamo la diffusione della sua opera N.d.R.] scopriamo che Kafka era solito riunire gli amici e leggere con loro brani di quello che stava scrivendo; una volta, racconta Brod, mentre leggeva estratti del Processo, Kafka non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere. Il fatto, però, che si sia cominciato a leggerlo in chiave tragica, ha determinato l’interpretazione successiva delle sue opere. Invece la meraviglia di certe produzioni letterarie, artistiche, ma anche cinematografiche – penso per esempio a Luis Buñuel – è la possibilità di dare diverse chiavi di lettura”. 

E, restando su questo tema, se dovesse pensare a un testo umoristico per lei importante, quale sarebbe?

“Il Don Chisciotte di Cervantes: l’ho riletto quattro volte. Cervantes ha avuto una vita orribile, ha passato cinque anni in carcere, è stato tormentato dalla povertà, dalla fame, dai problemi famigliari: aveva tutte le ragioni per scrivere un romanzo carico di risentimento. Invece ha scritto un libro indulgente, tollerante, luminoso. Cervantes si è reso conto che la vita è una commedia, non una tragedia, e ci vuole grande profondità di pensiero per capirlo.
E se c’è un italiano assolutamente cervantino nel riconoscere la commedia di cui è intrisa la vita, è sicuramente Federico Fellini”. 

E, invece, un testo commovente?

“I drammi di Shakespeare, ma ultimamente ho anche riletto la Sonata a Kreutzer di Tolstoj”. 

Quali sono i suoi primi ricordi riferiti alla lettura e ai libri?

“Quando avevo circa dodici anni ascoltavo molto rock, per esempio Lou Reed, ma mi accorsi che non avevo nessun talento musicale per assomigliare agli artisti che amavo. Allora cominciai a leggere poesia e scoprii Rimbaud e, soprattutto, la sua vita. Apprendere che era stato uno scrittore tra i sedici e i vent’anni mi è sembrato qualcosa di straordinario. E poi la poesia, quando sei adolescente, è utilissima per fare colpo sulle ragazze [ride N.d.R.]”.

C’è un libro che le capita di regalare più spesso?

“Non saprei, l’ultimo libro che ho regalato è stato il nuovo romanzo di un autore spagnolo, Luis Landero. Ma per me, in generale, è molto complicato nominare un unico testo: a cinquantanove anni ho letto molti libri e quello che mi interessa è ciò che emerge dalla totalità delle mie letture, non da una soltanto. Sceglierne uno solo è riduttivo, come se, parlando dell’anno appena trascorso, si dovesse scegliere solo un giorno sui 365 disponibili: in realtà, ciò che conta e che ne determina il valore, non è un giorno, ma tutti gli eventi che sono stati vissuti in quell’anno”.

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