Consigli di scrittura

Helena Janeczek: al cuore del racconto
Consigli degli autori

Helena Janeczek: al cuore del racconto

31 Agosto 2020
| di
Matilde Quarti
Su IoScrittore l’intervista a Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018 con La ragazza con la Leica, romanzo basato sulla vita della fotografa Gerda Taro. I suoi consigli agli aspiranti autori

Vincitrice del Premio Strega 2018 con La ragazza con la Leica, romanzo basato sulla vita della fotografa Gerda Taro, Helena Janeczek è una delle voci più autorevoli del romanzo italiano. Nata in Germania, Helena Janeczek scrive in italiano fin dal suo esordio del 1997, Lezioni di tenebra. I suoi testi spiccano per l’eterogeneità di tematiche e stili e per la tendenza a indagare una determinata tematica da più piani di lettura e punti di vista. 

IoScrittore ha voluto intervistarla per approfondire il suo rapporto con la lingua e gli aspetti che ritiene fondamentali nel suo lavoro di scrittrice.

Si ricorda com’è arrivata alla pubblicazione del suo primo romanzo, Lezioni di tenebra?

“In quel periodo collaboravo con Mondadori come consulente per la narrativa tedesca, quindi ho pensato che fosse corretto farlo leggere lì, prima di presentarlo ad altre case editrici e alla fine è piaciuto e mi hanno dato modo di lavorarci. In questo senso il mio percorso è stato un’eccezione”.

Prima ancora di essere consulente per Mondadori ha fatto lo stesso lavoro per Adelphi.

“È diverso valutare un libro per Adelphi o per Mondadori. Un libro può essere giudicato più o meno buono, ma il punto è che alla fine deve venire pubblicato da un determinato editore, con un determinato gusto e un determinato catalogo. Quindi di volta in volta bisogna chiedersi che tipo di lettore legga questi libri e se la casa editrice in questione sia in grado di raggiungere quello specifico tipo di lettore”.

Ha scelto di pubblicare in una lingua che non è quella in cui è cresciuta.

“L’italiano l’ho imparato sin da piccola, anche come lingua assorbita durante lunghissimi soggiorni famigliari in Italia. Ne avevo certamente una conoscenza meno elaborata rispetto al tedesco, lingua della scolarizzazione, però sono nata in un contesto plurilingue, in cui i miei genitori tra di loro parlavano polacco, quindi ho sempre trovato naturale la compresenza di tante lingue nella mia vita”.

Com’è arrivato il passaggio alla scrittura?

“Scrivere in italiano è stato talmente naturale che lì per lì non lo avevo neanche interpretato come scelta. Quando mi sono messa a scrivere Lezioni di tenebra vivevo in Italia da una decina d’anni e usavo l’italiano sia per il lavoro in casa editrice, sia per l’università. Ma, soprattutto, scrivevo in italiano delle annotazioni più o meno diaristiche. Non tanto perché volessi fare l’autodidatta, ma proprio perché il mondo, le persone che mi circondavano e con cui mi andava di condividere queste note, sapevano l’italiano e non il tedesco. E da una di queste pagine ho sviluppato Lezioni di tenebra”

Come si approccia di volta in volta a un nuovo libro?

“Non parto mai dagli argomenti: per me è molto importante avere in mente i personaggi e avere un’unità di luogo, tempo e persona. Anche se ho scritto libri che non sono propriamente romanzeschi e che hanno molti aspetti di ‘sconfinamento’ con temi più saggistici, il ‘timone’ del lavoro è sempre profondamente narrativo”.

E come lavora alla struttura di un testo?

“La struttura è una delle prime cose che metto a fuoco. Per Lezioni di tenebra ho pensato al tipo di ordine dato da un duplice viaggio, quello dentro la mia memoria, e quello, vero e proprio, compiuto con mia madre. E volevo che questo viaggio avesse un andamento simile a Cuore di tenebra, quindi che muovesse verso il centro del buio, di ciò che non riesci a immaginare, afferrare, dell’esperienza dello sterminio a cui è scampata mia madre. In Cibo ho pensato di usare il filone di narrazione autobiografico come il filo di una collana su cui sono poi inanellati altri elementi, tenuti insieme dallo stesso motivo del rapporto col cibo. Per Le rondini di Montecassino ho pensato di strutturare il romanzo sulle quattro battaglie che compongono quella che complessivamente viene chiamata Battaglia di Montecassino. Invece per La ragazza con la Leica avevo in mente fin dall’inizio la struttura indiretta, a cominciare dai due protagonisti, cioè dai due ‘testimoni’ uomini. Poi ho capito che serviva anche lo sguardo di una donna, per cui ho dato una posizione importante alla testimonianza dell’amica di Gerda Taro Ruth”.

Passiamo invece a un aspetto più sfumato: la costruzione delle atmosfere.

“L’atmosfera risulta dal fatto che chi scrive si sia chiarito veramente tutti gli aspetti possibili del luogo e del tempo dove il racconto è ambientato. Questo non riguarda solo il romanzo storico: un romanzo di fantascienza o un fantasy hanno le stesse necessità. Tu scrittore ti devi calare in questo mondo ‘altro’, immaginarlo in ogni sua parte. Anche quando si scrive di qualcosa di vicino e autobiografico è utile guardare al noto con occhi nuovi, che non diano niente per scontato e cerchino il dettaglio che rende significativo quello che si sta raccontando”.

Un altro aspetto che emerge dai suoi romanzi è il forte apparato documentale. Ci spiega come funziona per lei la ricerca di documentazione?

“Che non finisce finché non è finito il libro. Se ci si deve documentare su qualcosa che non si conosce, che sia un periodo storico, un personaggio, o altro, prima di metterti a scrivere devi documentarti quanto basta. E poi, comunque, in corso d’opera si va ad approfondire ogni volta che emergono cose che non si sono messe a fuoco bene. La vera difficoltà è capire che tipo di documentazione ti serve, e quando è sufficiente o quando non è sufficiente. Dipende anche molto dal tipo di impianto narrativo: se c’è un narratore esterno ai personaggi in qualche modo puoi trasmettere una serie di informazioni sul contesto in cui è ambientato il tuo romanzo. Ma in quel caso bisogna stare attenti, perché rischiano di diventare spiegazioni didascaliche e pesanti. D’altra parte, sciogliere nozioni dentro una narrazione in modo da renderle amalgamate non è per niente facile”.

Ci sono delle domande che uno scrittore si deve obbligatoriamente porre mentre sta scrivendo un libro? 

“Si deve porre una domanda per un verso molto personale, e per l’altro aperta a un sacco di interpretazioni: quello che sto scrivendo è qualcosa che qualcuno vorrà leggere? È un libro vero? Perché un libro vero nasce pensando al lettore. Non necessariamente tanti lettori, però è un percorso che comunque si misura con il pubblico”.

Internet ha cambiato qualcosa nel suo approccio alla scrittura? 

“Moltissimo, è una fonte imprescindibile per il lavoro di ricerca. Internet è un’enciclopedia globale (non sempre affidabile, certo, bisogna imparare a capire come usarlo e come distinguere le fonti). E questo cambia la posizione dello scrittore, perché ci sarà sempre un lettore che capisce se non sei andato a cercare qualcosa che magari è facile da controllare. È un arricchimento per gli scrittori, ma li mette anche in una posizione più paritetica rispetto ai loro lettori”.

E i social? 

“Non li ho mai più di tanto usati per parlare di libri, né miei né degli altri. L’unica cosa che faccio, quando un libro mi piace, è pubblicare una foto con quattro righe in cui spiego perché l’ho apprezzato. Cerco moderatamente di usare Facebook come strumento di segnalazione. Poi, certo, annuncio se è uscito un mio libro, ma non mi viene spontaneo utilizzarlo sistematicamente. Non credo aiuti neanche tanto, a meno di non essere tra i pochi che sono riusciti a creare sui social una specie di racconto del loro ‘personaggio’. Sui social siamo tutti, volenti o nolenti, personaggi che comunicano qualcosa di sé, e quello che comunichi può risultare credibile e interessante oppure no”.

Se dovesse dare un unico consiglio a un aspirante scrittore, quale sarebbe? 

“Di leggere tanto e di provare a leggere anche libri diversi dalle letture considerate più tipicamente formative. Quindi non leggere solo romanzi e non leggere solo letteratura angloamericana, ma andare a guardare anche cosa succede nel resto del mondo e scovare libri più antichi. E poi – lo dico da autodidatta che ha fatto le scuole in un altro paese – di leggere parecchia buona letteratura italiana, per sentire come si muove la lingua. Perché è vero che abbiamo tantissimi traduttori eccellenti, ma siamo anche pieni di traduzioni di libri e di doppiaggi, che ci hanno consegnato un italiano pieno di calchi, soprattutto dall’inglese, e abbastanza piatto. Mentre penso sia utile orecchiare le tante potenzialità di un bell’italiano scritto”.

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