Consigli degli editor

Cinque cose che forse non sapete sul titolo

7 marzo 2013
| di
Redazione IoScrittore
Da quando esistono i libri esistono anche i buoni titoli, la sorgente non si è mai esaurita, non vedo perché dovrebbe esaurirsi proprio adesso

Ah, già, il titolo

Sarà banale, ma è anche innegabile che un buon titolo ben disponga, e talvolta possa anche conquistare all’istante – non ho difficoltà ad ammettere di aver acquistato non pochi libri per il titolo, per il meccanismo di identificazione che questi titoli generavano, per la concisa verità che esponevano, per la promessa che contenevano.
Ben più complicato e discutibile è cercare di dare un contenuto a quell’aggettivo, «buono», perché ogni lettore, da quello professionale, a quello onnivoro, a quello monotematico, è condizionato dai suoi gusti, dalle letture precedenti, dall’umore e dai desideri del momento.
Con cautela e senza pretese di assolutezza, tento comunque alcune considerazioni, tra le tante possibili, lasciando da parte le questioni riguardanti generi narrativi specifici (per intenderci, è assai improbabile che un romanzo fantasy si intitolerà mai La solitudine dei numeri primi).
1. Al momento, ma le cose stanno cambiando, il titolo di un libro è sempre accompagnato da un nome d’autore, da un marchio editoriale e da una copertina. Un buon titolo parla anche da solo, stampato su un foglio bianco, è compiuto in sé e al tempo stesso apre le porte all’immaginazione, lascia intuire la storia che preme dietro di lui. All’altro capo di questo ragionamento, è utile tenere conto che quasi mai un libro, e quindi un titolo, si presenta da solo. Si confronta sempre con altri titoli, gemelli, fratelli, parenti, tutti però nemici nel tentativo di conquistare l’attenzione. Raffigurarsi il proprio titolo sul banco di una libreria è sempre un valido esercizio.
2. Il titolo può essere usato anche come una lente che ingrandisce il particolare e restringe l’angolo di visuale. Cosa c’è ad esempio di più ampio, e generico, di La strada? Basta un passo avanti, e La strada dei ricordi è già un’indicazione più precisa. Con La strada polverosa dei ricordi la definizione è ancora maggiore, e soprattutto la promessa che viene fatta al lettore. A volte persino la minaccia: La strada polverosa dei tuoi ricordi?
3. Talvolta il titolo è già nel libro. È un suo personaggio, un luogo, una battuta di dialogo, basta soltanto tirarlo fuori.
4. Altra banalità: i titoli sono tutt’intorno a noi, ovunque vi siano parole. Esistono le mode, anche nei titoli, e bisogna conoscerle; un buon titolo probabilmente è già stato usato, e ci sono gli strumenti a disposizione di chiunque per verificarlo; caratteristica principale del titolo di un romanzo è far pensare a qualcosa, confrontarsi con altri su questo «qualcosa» non è mai inutile.
5. L’ispirazione può arrivare da qualsiasi parte. Certo ci sono le canzoni e ci sono i film (non tali e quali), c’è Shakespeare, c’è la frase di un romanzo del Settecento, c’è la Bibbia. Ma c’è anche La settimana enigmistica, ad esempio. Se do un’occhiata veloce alla prima pagina dell’ultimo numero ne ricavo: Un’intricata e spinosa faccenda (scontato), I sassolini d’oro (una fiaba, già sentito), Di buon umore, contento (curioso, difficile), Il sottoscritto (ambizioso), In mezzo al sentiero (anche questo già sentito), Un difetto di poco conto (interessante).
Mi sono dilungato senza essermi avvicinato di un passo al cuore della questione, sulla quale, volendo, si potrebbero peraltro fare discorsi di ben altra raffinatezza. Chiudo con un’ultima considerazione che, almeno per me, è confortante: da quando esistono i libri esistono anche i buoni titoli, la sorgente non si è mai esaurita, non vedo perché dovrebbe esaurirsi proprio adesso.
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