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I bambini osservano muti le giostre dei grandi

18 settembre 2012
| di
Lucilla Parisi
Lucilla Parisi di i-Libri recensisce "I bambini osservano muti le giostre dei grandi" di Giuseppe Marotta, edito da IoScrittore

“È sempre così dalle mie parti. Uno fa una cosa che non deve fare. Sa che sta imbrogliando la legge, ma non gliene fotte niente. E guai, se glielo fai notare. Le leggi per questa gente, come mio zio Geggè o mio nonno e gli altri guappi e guapparielli della zona, non esistevano […]. Non c’è possibilità che la passi liscia, non c’è scampo per chi si mette contro a certa gente. Non c’è scampo perché spesso chi si mette contro a questa gente è solo, non è organizzato. Lui crede di farcela comunque, ma non tiene conto che i camorristi non agiscono mai uno contro uno: sotto sotto pure loro si fottono dalla paura. E così, per affrontare chi li contrasta, agiscono sempre in gruppo, anche se chi li contrasta è uno solo”.

Remì lo sa bene come funzionano le cose dalle sue parti, perché lui è il nipote di Don Furore un noto capo camorrista temuto nel quartiere dove la gente fa la processione per andarlo a trovare e ringraziarlo, manco fosse un re.

D’altronde per la gente il boss Raffaele Cafuro – chiamato Don Furore – è come un re a cui chiedere protezione e, se serve, di “sistemare le cose”. A poco importa che i favori siano pagati con il silenzio e il pizzo che, a Napoli, poi si chiama non a caso “camorra”.

Quello che avviene in casa Cafuro e del figlio poco promettente Toro Seduto, ce lo racconta il piccolo Remì, come fosse una famiglia qualsiasi da descrivere con tutte le debolezze e le miserie quotidiane. In fondo Remì va a scuola e lui, di camorra, sa quello che gli racconta il nonno quando lo porta a sparare sul Vesuvio, zio Geggè che latita fuori e dentro Napoli come se niente fosse e la madre che, entrata per scelta e per matrimonio nella famiglia Cafuro, né uscirà “pentita” come capita in certe famiglie e clan.

Remì osserva e, anche se va ancora alle elementari e si caga addosso dalla paura, le cose le vede e si fa delle domande. E’ legato da amore filiale e da un certo timore rispettoso ad una famiglia di camorristi ma Remì, quando le cose sono sbagliate, le capisce e sa anche che le risposte non le può cercare dentro il clan se non vuole rischiare, anche lui, di prendere “papagne” dal nonno-boss o finire, peggio ancora, massacrato nella piazza del mercato. Le regole del clan infatti sono ferree: non si sgarra e chi sgarra, anche se della famiglia, finisce dentro un palo di cemento di qualche cantiere aperto.

Remì è un bambino come un altro, costretto a vivere una vita come poche, anelando una normalità che i suoi coetanei non sanno neppure apprezzare.

“Ma perché mi avevano fatto nascere? Mi chiesi spesso in quel periodo. E perché ero nato proprio in quella famiglia? Napoli era piena di gente onesta, tranquilla.[…] E se fossi nato in una di quelle famiglie avrei detto a mio padre di portarmi via da qui, per non essere impallinato e morire una mattina presto mentre andavo a scuola con la cartella sulle spalle o mentre giocavo a pallone sotto casa”.

A Remì ci si affeziona per la sua ironia, per le sue amare considerazioni sulla vita, sul mondo, nonostante l’età, nonostante tutto. Dal suo punto di vista ogni cosa si potrebbe sistemare facilmente, se solo le cose funzionassero e le istituzioni non si perdessero – vinte – prima ancora di entrare nel cuore della camorra. I cattivi sono quelli che le leggi non le rispettano, i buoni gli altri: così dovrebbe essere e Remì si chiede perché nella realtà succeda diversamente.

In fondo che ci vuole se tutti – i buoni – vogliono la stessa cosa?

“Per me la rivoluzione dovevano farla veramente e in fretta, perché prima la facevano, e prima Don Furore andava a farsi fottere in galera, se non finiva prim’ancora ammazzato”.

La lucidità di Remì e del suo pensiero sono disarmanti: ecco forse perché l’autore ha scelto di farcela vedere attraverso i suoi occhi, la camorra, dentro e fuori da una Napoli impotente e disarmata di fronte alla violenza di un sistema di cose fortemente radicato nella mentalità, nella vita e nella paura delle persone.

E’ un libro che parla di “certe cose” con la schiettezza e la linearità che solo una mente libera e svincolata da preconcetti può fare. La denuncia sociale è forte proprio perché non vi sono giustificazioni o attenuanti per come le istituzioni, assenti o distratte, affrontano il problema.

Dentro a queste pagine si respira Napoli, quella dei vicoli, del dialetto, delle regole scritte e non scritte, della sua storia che è tante cose: una città che l’autore conosce bene anche se vive lontano.

Giuseppe Marotta è uno scrittore esordiente che ha molte cose da dire e sa come dirle. La sua scrittura è diretta, emozionata, consapevole, ironica. Le pagine scorrono proiettate in avanti, su un motorino in discesa, senza la paura di cadere. Una bella sorpresa e un libro che ti rimane dentro.

Da leggere.


Su i-Libri puoi leggere la recensione originale di Lucilla Parisi.
 

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