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A che ora muori? di Simone Carabba

15 aprile 2012
| di
Simona Comi
Simona Comi (i-Libri) recensisce "A che ora muori?" di Simone Carabba

Simone Carabba, personalità multiforme, si occupa di recitazione e canto e, dal 2007, si cimenta nella scrittura di romanzi gialli tra cui l’ultimo, edito IoScrittore, dal titolo “A che ora muori?”.

“L’orologio aumenta di un minuto la sua corsa. 15.01. Tic toc, tic toc, tic toc. Battiti pesanti come macigni in discesa da un monte. Rintocchi profondi, con una eco grassa. Il pendolo oscilla ghigliottinando un altro minuto. Ne rimangono pochi. Forse uno. Un uomo aspetta. L’altro urla.”

 

Siamo nel mese di luglio, la città di Genova è intorpidita ed immobile a causa dell’afa estiva.

 

Durante una di queste giornate di caldo torrido, in questura, l’ispettore Ugo Marrassi riceve uno strano pacco contenente degli oggetti e una serie di numeri e, qualche minuto dopo, una telefonata che comunica il ritrovamento di un cadavere: è l’inizio di un mistero, della ricerca di una giusta combinazione di dati, di un enigma messo in atto da un omicida seriale che porrà a dura prova le capacità e i nervi (non sempre saldi) della squadra dell’ispettore.

 

S’intreccia così un gioco di cifre, orari e corse contro il tempo che, come si evince già dal titolo, è una costante all’interno del romanzo oltre che l’elemento unificante di tutta la narrazione. Più in fretta si muoverà la squadra, più in fretta si dissolverà il piano maniacale e folle del killer, più possibilità ci saranno per otto persone (tante quante il numero degli oggetti contenuti nel pacco misterioso) di rimanere in vita. Nel testo il tempo è una ricorrenza ossessiva che scandisce parallelamente il ritmo della narrazione e quello delle indagini.

 

Il gruppo di poliziotti è decisamente variegato a partire dallo stesso Ugo Marassi, uomo in apparenza “di ghiaccio” ammirato ed invidiato da  tutti i suoi subordinati, all’agente scelto Pasquale Pasquali, l’unico ad instaurare un rapporto con l’ispettore con cui, inoltre, si gioca, antagonisti a livello narrativo, il ruolo di protagonista; la vice sovrintendente Barbara Salvi, donna sensuale e carismatica e ancora l’agente Antonio Castroreale, il medico legale Domenico Menighetti…ciascuno con le sue peculiarità.

Interessante è che la narrazione, che utilizza quasi una tecnica da montaggio cinematografico, passa da un personaggio all’altro(anche se maggiormente giocata tra l’ispettore e l’agente scelto) e così tanto la vicenda quanto ciascuno dei personaggi  vengono inquadrati da più punti di vista, il che permette al lettore una panoramica a 360° di quello che sta avvenendo.

 

Qui, più che nella stesura della trama del romanzo, risiede l’abilità dell’autore: mentre i personaggi si passano il “testimone della narrazione”, l’autore sceglie ed usa per loro un linguaggio diverso che è immediatamente riconoscibile dal lettore. Anche se non viene quasi mai detto esplicitamente chi di loro stia parlando, il lettore non ha nessuna difficoltà a capirlo.

Il linguaggio di alcuni è colorato e colorito, quotidiano e ricco di inflessioni dialettali (soprattutto liguri, ma anche pugliesi), quello di altri è più serioso ed impostato.

Un romanzo veloce ed equilibrato, con dei personaggi arrabbiati e con delle descrizioni dettagliate di barbarie atroci a cui viene però mescolata una buona dose di humour e ironia.

 

“Bisognerebbe avere il cestino come il computer, per gettarci dentro un file che non ti piace. Poi basterebbe cliccare su «svuota cestino» e il gioco sarebbe fatto. Memoria cancellata. Il documento non esiste più. Io il cestino non ce l’ho. Però ho una rabbia tale in corpo che compromette il mio giudizio, il mio equilibrio.”


Puoi leggere l’articolo originale su i-Libri.

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