Le dure leggi dell’incipit ovvero: come iniziare un capolavoro

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Le prime pagine sono essenziali: è lì che l’autore costruisce il suo patto con il lettore, è lì che stabilisce le regole del gioco – anche se poi magari può divertirsi a scompaginarle. È lì, in quelle prime cartelle, che deve scattare la magia... Ma allora che cosa cerca un editor, fin dall’inizio, quando legge un romanzo?

15 febbraio 2013 | di Editor 2.0.
Per l’editor, le prime pagine di un libro sono un test cruciale.
Perché nell’inizio del libro l’editor cerca quello che ci deve trovare il lettore. E cerca di capire anche come comunicarlo.
Tra chi legge per una casa editrice e il normale lettore c’è infatti una differenza. Il lettore non è (o non deve essere) consapevole di tutto quello che c’è in un libro (e nel suo incipit): gli è sufficiente abbandonarsi al piacere della lettura. Si potrebbe aggiungere che a volte nemmeno l’artista – l’autore – è del tutto consapevole di quello che ha fatto, e che solo una attenta lettura può chiudere il cerchio.

Invece un editor deve sapere quello che c’è in un testo, per capire se quel testo ha davvero la magia necessaria per conquistare i lettori. Lo deve individuare, utilizzando le proprie competenze, sensibilità, esperienza, fiuto. Deve scoprirlo, riga dopo riga, frase dopo frase, pagina dopo pagina: e per questo ci vogliono curiosità e fiducia.
Però la curiosità e la fiducia del lettore non sono infinite: dopo un po’, se non è soddisfatto, il lettore lascia perdere. Smette di leggere. Nemmeno la pazienza dell’editor è infinita: un po’ perché è un lettore anche lui (“Se mi stufo io, si stuferà anche il mio lettore”, pensa).

Se l’attrazione fatale non scatta dopo un certo numero di pagine, molto probabilmente non scatterà nemmeno procedendo con la lettura. Oltretutto i libri che atterrano sulla scrivania di un editor sono decine e decine, e lui (o lei) sta cercando qualcosa di davvero speciale.

Per questo le prime pagine sono essenziali: è lì che l’autore costruisce il suo patto con il lettore, è lì che stabilisce le regole del gioco – anche se poi magari può divertirsi a scompaginarle. È lì, in quelle prime cartelle, che deve scattare la magia...
Ma allora che cosa cerca un editor, fin dall’inizio, quando legge un romanzo?
Ecco alcune delle cose che un editor cerca: non le troverà tutte, ma se ne trova almeno un paio continuerà a leggere. Anche dopo l’incipit.


1. IL PIACERE DEL RACCONTO
“C’era una volta...”

Siamo affamati di racconto, di storie. Ce le facevamo raccontare dalla mamma o dalla nonna quando eravamo bambini. Ora le andiamo a cercare nei libri, a teatro, nel film. Le troviamo sulle pagine dei giornali (magari nella cronaca nera) e nella Storia, quella con la S maiuscola.
Le cerchiamo, da sempre, nei miti. Le storie ci plasmano: plasmano le collettività, ma plasmano anche la nostra identità: l’autobiografia è il racconto di una vita.
Nel XXI secolo, nell’era della comunicazione breve e istantanea, ci fabbrichiamo delle storie persino a partire dai Tweet, e le chiamiamo “storify”.
Un incipit, allora, per funzionare deve riuscire a trasmettere questa necessità di racconto – e la necessità di condividere un piacere: perché c’è il piacere di chi narra, e quello di chi ascolta, o legge, o guarda. Quando questi due piaceri si incontrano, allora val la pena di continuare.
Ma non viviamo più nel tempo della favole. Il fatale “C’era una volta”
possiamo anche precisarlo meglio: può dare informazioni sull’epoca in cui è ambientato il romanzo, sul luogo in cui si svolge (o inizia) la vicenda, sul protagonista (o su un personaggio). Qualche esempio?
“Quando il dottor Richard Diver giunse volta a Zurigo nella primavera del 1917 aveva ventisei anni, un’ottima età per un uomo, l’apice per uno scapolo” (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte).
“Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca a vela nella Corrente del Golfo, ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce” (Ernst Hemingway, Il vecchio e il mare).
Il tempo, il luogo, il protagonista. A volte è giusto partire così, con queste “informazioni di base,”, e poi lasciar fluire il racconto.
A volte, invece, è meglio lasciare al lettore il gusto della scoperta.
Piano piano...


2. LA VOCE
“Chiamatemi Ismaele.”

C’è il racconto. Ma c’è anche qualcuno che racconta, e che si assume la responsabilità del racconto. Dev’essere una voce credibile, autorevole.
Può essere l’autore onnisciente, un narratore che sa tutto dei personaggi e delle loro vicende (o almeno così si presume). È un narratore che si può nascondere dietro l’oggettività dei fatti, fin quasi a scomparire.
Al polo opposto il narratore può essere, come nel caso di Moby Dick, un testimone della vicenda che si andrà a narrare “in soggettiva”, o addirittura il suo protagonista. Il lettore vede e vive la storia attraverso la propria esperienza, perché il protagonista comunica quello che sa al lettore man mano che lo apprende, o lo ricorda.
Ancora, nel corso del racconto la voce narrante può cambiare: per esempio, l’autore può “delegare” ogni capitolo a un diverso narratore, con il suo punto di vista.
Torniamo ancora per un attimo a Moby Dick: con due parole – gli bastano due parole – Herman Melville inizia il dialogo con il lettore.
Dice subito che è il racconto è in prima persona, e ci verrà fatto da un testimone dei fatti. Ismaele, poi, nella Genesi, Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, e con la madre verrà cacciato nel deserto: è l’esule, il vagabondo...
Ma attenzione! C’è un trucco... Perché Melville non ha scritto “Io sono Ismaele”, ma “Call me Ishmael”, “Chiamatemi Ismaele” (o “Chiamami Ismaele”). Tra la voce narrante e la persona che narra – anche nel caso della più sincera della autobiografie – c’è sempre uno scarto, più o meno grande, una distanza magari piccola, quasi invisibile e tuttavia incolmabile.
Nell’incipit, ragiona un editor, devo capire chi mi sta raccontando questa storia. Se la sua voce è credibile. Non devo capirlo necessariamente subito, nelle prime righe: posso anche scoprirlo piano piano, perché magari l’autore ci gioca un po’, con l’identità di chi narra.
Tuttavia la credibilità e la coerenza di questa voce – negli eventi e nelle emozioni che racconta, ma anche nella lingua, nello stile, nel tono con cui li comunica - è un elemento essenziale per catturare la fiducia del lettore, e per far sì che continui a seguire il racconto... anche dopo l’incipit.


3. LA CURIOSITÀ
“Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.”

Be’, voglio saperne di più. È solo una fantasia, un incubo? O è la realtà, e Gregor ha davvero subito quell’orribile trasformazione? E poi voglio sapere perché Gregor Samsa è diventato un insetto, e che cosa farà, adesso che si è trasformato in una blatta. Come reagiranno gli altri?
Con una sola immagine, Franz Kafka cattura il lettore della Metamorfosi. È lo stesso meccanismo di curiosità che s’innesta nei gialli: c’è un morto, voglio sapere chi è stato e finché l’autore non me lo fa scoprire, continuo a leggere... (Ma se io, lettore, scopro troppo presto chi è l’assassino, resto deluso.) Li chiamano “page-turner”, i libri che inizi a leggere e non puoi più smettere, perché finita una pagina, la giri subito per capire che cosa succederà nella pagina successiva, perché ti tiene con il fiato sospeso, perché vuoi saper come andrà a finire, perché quell’emozione è così potente che non puoi lasciarla a metà, perché quel ritmo e quello stile ti hanno conquistato e non vuoi abbandonare la danza...


4. LA PROVOCAZIONE
“Avevo vent’anni e non permetterò mai a nessuno di dire che è la più bella età della vita.”

Così inizia Aden Arabia dello scrittore francese Paul Nizan, capofila di tutti gli indignados. È una partenza fulminante, che dà il tono all’intera opera. È una provocazione, uno schiaffo, contro il mondo – e forse anche contro il lettore. La provocazione può respingere qualche lettore, ma per molti altri può diventare una sfida: “Prova a seguirmi su questo terreno”, sembra dire l’autore, “vediamo se ce la fai”.
Un altro incipit shock? Quello dello Straniero di Albert Camus. “Oggi è morta mia madre. O forse ieri, non lo so.”
Chi osa parlare con tale freddezza, con tale distacco, di un evento così drammatico e sconvolgente?
La provocazione si può muovere su diversi terreni: morale, politico, religioso, estetico, generazionale... È una sfida al lettore: l’autore gli chiede: “Prova a vedere se indovini chi è l’assassino”, oppure “Prova a vedere se resisti alla paura o all’orrore che provoca la mia storia”, o ancora: “Prova a vedere se puoi sostenere questa verità scomoda, difficile, paradossale”...
Quella della provocazione è una strada difficile e pericolosa: non sono pochi gli scrittori che hanno fatto una brutta fine...
Stabilisce un patto difficile con il lettore. Non basta lanciare la provocazione o la sfida: poi bisogna sostenerla per tutto il libro, rilanciare e approfondire, pagina dopo pagina... Bisogna continuare a dare schiaffi al lettore, nella speranza che ne voglia altri...
Se la provocazione regge per qualche decina di pagine, senza sgonfiarsi, allora c’è da sperare che regga per un libro intero...


5. LE VERITÀ ETERNE
“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia è infelice a modo suo.”

La frase promette moltissimo, e le pagine che seguono non deludono le aspettative. Perché questo è l’aforisma con cui inizia Anna Karenina di Lev Tolstoj. Da un certo punto di vista, questa potrebbe essere la morale della favola, la conclusione a cui arriva la storia. Tolstoj invece la usa per agganciare il lettore con una verità forse banale, ma a cui nessuno aveva pensato, o aveva saputo esprimere con la stessa chiarezza e sintesi.
Anche Jane Austen, in Orgoglio e pregiudizio, punta al bersaglio grosso: “È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”.
Scrivere un capolavoro, riuscire a condensare il romanzo in una frase memorabile e passare alla storia per il libro e per l’aforisma non è semplice. Ci vuole un genio. Insomma, è una strada difficile, ci vogliono una certa ambizione e gusto del rischio. Insomma, sconsigliato ai principianti.
Ma trovando l’aforisma giusto, ci si può sempre provare...


6. MILLE E UNO MODI PER INCURIOSIRE UN LETTORE (E UN EDITOR)
Abbiamo visto che in una frase – nella frase iniziale di un romanzo – ci possono stare moltissime cose.
Meglio giocarsela bene. Ricordando due cose: primo, non esiste mai una ricetta precostituita e le regole, in letteratura e in genere nell’arte, sono fatte per essere infrante (con intelligenza). Secondo, che non esiste regola ma bisogna sempre fare la cosa giusta!
Inutile aggiungere che nelle poche parole dell’incipit non ci si può inzeppare tutto. Però nelle pagine seguenti si possono – e si devono – mettere molte altre cose. Devono emergere il tono, il ritmo del racconto. Bisogna poter individuare la voce del narratore, il suo stile. Si iniziano a trasmettere emozioni...
Un bravo lettore attraversa queste prime pagine, e inizia a capire di che libro si tratta, che reazioni suscita in lui, che curiosità accende...
Un editor, poi, tenderà a catalogare il libro con una di quelle etichette che chiamiamo “generi”. Gli serve perché così potrà raccontarlo più efficacemente ai lettori: capisce quale possa essere il pubblico di riferimento, quali possano essere gli antecedenti di successo a cui quel libro può essere accostato, su quali elementi giocare per presentarlo al pubblico.


7. L’INCIPIT PIÙ BRUTTO DELL’ANNO
Quelli che abbiamo letto, sono gli incipit di alcuni capolavori della letteratura. Però sono anche i brutti incipit, quelli che riescono male. C’è addirittura un concorso che premia il peggiore incipit dell’anno. Naturalmente viene assegnato in Inghilterra.
L’ispirazione è arrivata da uno degli incipit più celebri della letteratura: “It was a dark and stormy night…”, “Era una notte buia e tempestosa...”, vergata da Edward Bulwer-Lytton, uomo politico e scrittore britannico, nel suo racconto Paul Clifford e resa celebre dai fumetti: proprio con quella frase grottesca iniziava invariabilmente il suo romanzo anche il bracchetto Snoopy, battendo i tasti della sua macchina per scrivere sopra la cuccia, nelle vignette dei Peanuts...
Quella frase, che riassume molti cliché, è diventata ridicola. Non è più l’inizio di una romanzo “di paura”: è l’inizio della sua parodia!
(Per i più pignoli, “C’était une nuit orageuse et sombre”, “Era una notte tempestosa e scura”, l’ha scritto anche Alexandre Dumas nei Tre moschettieri... E l’incipit del Nome della rosa, “Era una bella mattina di fine novembre”, come ha confessato lo stesso Eco, è ispirata a Snoopy e dunque Bulwer-Lytton...) Il Bulwer-Lytton Fiction Contest (sito www.bulwer-lytton.com) premia dal 1983 i peggiori incipit inediti, divisi in diversi generi: detective, western, fantascienza, amore eccetera. Sono frasi davvero raccapriccianti, che tolgono la voglia di proseguire. Sono fatti di luoghi comuni, di esagerazioni, di accumulo: concorrenti scimmiottano quegli sono scrittori che vogliono essere efficaci e finiscono per cadere nel ridicolo.
Però, se i tuoi colleghi di IoScrittore, dopo averti letto, daranno al tuo incipit un giudizio profondamente disonorevole, traduci la prima frase in inglese e mandala subito alla giuria del Bulwer-Lytton Fiction Contest. E che Snoopy te la mandi buona!


IL CONSIGLIO
A volte l’incipit – come il titolo del libro – lo puoi trovare quando hai finito di scrivere. E non è necessariamente la prima frase che hai scritto, quando è arrivata l’ispirazione, o quella che c’è a riga 1 di pagina 1, alla dodicesima riscrittura.
Quando hai finito, insomma, non hai ancora finito.
Prova a rileggere le prime venti, trenta-cartelle del tuo romanzo.
Forse lì, incastonata nei paragrafi iniziali, c’è la frase giusta: quella che cattura il lettore, quella che condensa il senso del libro, quella che fa scattare curiosità e immaginazione.
L’avevi scritta, era la frase giusta per l’incipit, e non te n’eri accorto. E se sei molto pigro, puoi sempre sperare in un buon editor: magari la trova lui.
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Dante
codice utente 48903
Commento #158
1/5/2014
AMICI, IL MESE DI MAGGIO A TORINO C'E' LA FIERA DEL LIBRO, SCRIVETE DELE COSE CHE MI COLPISCONO E DESIDEREREI CONOSCERVI, IO SONO ALLA FIERA DEL LIBRO VENERDI'. E PRECISAMENTE AL GRUPPO SPAGNOL, ALLE ORE DODICI, SE VOLETE VI ASPETTO. COSA NE DITE? SALUTI DANTE SONO ALTO, MAGRO E PELATO.
adec
codice utente 41476
Commento #157
5/3/2013
io non ho capito perchè se l'incipit fa riferimento alla prima frase più o meno , deve avere un minimo di 25.000 battute
adec
codice utente 41476
Commento #156
5/3/2013
io non ci ho capito niente ... ma se l'incipit fa riferimento alla prima frase ... perchè c'è un limite di 25.000 battute ?
ade
codice utente 41476
Commento #155
5/3/2013
io non ci ho capito niente ... ma se l'incipit fa riferimento alla prima frase ... perchè c'è un limite di 25.000 battute ?
ade
codice utente 41476
Commento #154
5/3/2013
io non ci ho capito niente ... ma se l'incipit fa riferimento alla prima frase ... perchè c'è un limite di 25.000 battute ?
ade
codice utente 41476
Commento #153
5/3/2013
io non ci ho capito niente ... ma se l'incipit fa riferimento alla prima frase ... perchè c'è un limite di 25.000 battute ?
Monnalisa
codice utente 47141
Commento #152
4/3/2013
Se per incipit intendiamo le prime 20 pagine di un libro allora ritengo che sia importante, ma non fondamentale. Faccio due esempi di romanzi dello stesso autore. "Marina" e "L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafón. "Marina" ha un incipit che dire fantastico è poco. Già dall'incipit non vedi l'ora di sapere come si concluderà la storia. C'è solo un problema...per quanto il libro mi abbia coinvolto così tanto da divorarlo in un giorno, il finale è deludente. La coesistenza di due storie, una reale e l'altra irreale, non trova riscontro nel finale. Alla fine mi è venuto spontaneo chiedermi: Perché non c'è collegamento? "L'ombra del vento" ha un incipit faticoso. Arrivare alla trentesima pagina è stata un'impresa titanica. Dopo la cinquantesima pagina la storia ha cominciato a prendere una piega fluida e coinvolgente. Il finale sorprendente...che lascia senza fiato! Con questi due esempi voglio solo dire che personalmente (ma non vorrei esser tacciata di superbia) l'incipit sì, è importantissimo, ma l'opera va valutata e giudicata dall'inizio alla fine, nella totalità e indivisibilità della storia, nel coinvolgimento emotivo e psicologico. Comunque sempre Grazie per i vostri preziosi consigli
°R°R°
codice utente 5260
Commento #151
28/2/2013
@Lilium 149: Penso che la domanda che ti fai - se sei brava o no - la facciano tutti (quasi) gli esordienti. Penso anche che esistono diversi fattori che impediscono/aiutano a pubblicare, come fortuna, contatti, momento ecc. Tanti pubblicano ma non diventano mai scrittori di successo. Tanti non pubblicano e chissà - magari sarebbero diventati autori di successo!
Morgana
codice utente 6
Commento #150
28/2/2013
Grazie, Oliviero! Consigli utili e su cui riflettere. Anche se, a furia di pensarci su, mi sembra che il mio incipit abbia tutti i difetti del mondo e forse potrebbe partecipare al premio per il più brutto. Senza vincere, ovviamente! Cambiando argomento, mi sorge una domanda: in qualità di editor, ti è mai capitato di scartare qualcosa che tutto sommato non ti sembrava male? Un romanzo che magari ti piaceva, ma... Una storia che ti spingeva a girare pagina, ma... E in questo caso, cosa fai? Scrivi 2 righe all'autore per dirglielo o lo lasci a macerare nei suoi dilemmi? So bene che ricevete un numero impressionante di proposte, che non si può rispondere a tutti e che qualche volta, per compassione, si manda una letterina prestampata, ma esiste un'eccezione a tutto questo? Ovviamente la domanda si può estendere anche agli altri editor. Grazie se vorrete rispondere. Felice giornata!
Lilium
codice utente 7661
Commento #149
27/2/2013
°R°R° Commento#148 @ anche se ti rivolgevi a vinci, riflettevo su quello che scrivi e pensavo che è vero. Se le persone sono dieci. Ma se sono dieci, più dieci, più venti (più altre probabili venti), più un agente letterario, più un'agenzia letteraria, più svariate case editrici cui ho mandato il manoscritto, forse il problema non è il gruppo di lettura. Come dicevo altrove può essere che il mondo non sia pronto per me, ma se invece lo fosse e mi è solo sfuggito qualcosa? Certo, pure di Miller dissero che era un pazzo pornografo e se non fosse stato per l'aiuto di Anais Nin magari moriva alcolizzato, sconosciuto e con i suoi tropici ignorati dal mondo. Il mio dilemma è: sono un genio incompreso o una scribacchina fin troppo compresa? Che mi risulti nessuno scrittore si è dato da sè risposta affermativa alla prima parte della questione senza la contemporanea soddisfacente presenza di un pubblico di lettori. Forse è il mio orizzonte mentale che si è ristretto, possibile, mi servono lettori che abbiano voglia di leggermi, non necessariamente amando ciò che scrivo, ma che trovino piacevole leggere ciò che scrivo. Ma forse tu intendevi altro
°R°R°
codice utente 5260
Commento #148
27/2/2013
@vinci 143: se un pubblico di dieci persone non s'immedesima o non comprende il messaggio del tuo scritto non vuol dire che tu non sia capace di esprimerti, ma che forse quel gruppo di lettura non è adatto al tuo tipo di scrittura. Quando comunichi devi anche conoscere il target su cui puntare.
Lilium
codice utente 7661
Commento #147
25/2/2013
vinci @ giusto. Mi piace molto il modo in cui ti soffermi sulla parte riguardante la comunicazione, è ciò che intendevo, è quello il punto chiave per me. Comunicare. E sì: mi sento frustrata e avvilita se non riesco a farlo, perchè pur amando molto la solitudine (se scelta da me in libertà, non per cause di forza maggiore) amo moltissimo e ho estremo bisogno di scambio e di comprensione reciproca. Per dirla con un'immagine: non è determinante per me che si guardi con gli stessi occhi, ma che si guardi insieme, ognuno con i propri occhi, ma nella stessa direzione. E ciò che amo ancora di più è che chi guarda con me, commenti ciò che vedo io ma mi dica ciò che vede. Perchè spesso io vedo cose molto diverse. Quando non riesco a comunicare, in un libro o nella vita, mi sento abbattuta, depressa, perché non ho trovato il modo di far arrivare il messaggio, mi sento in solitudine forzata e non liberamente scelta. Sono spesso stata tentata di smettere dicendomi che forse non era la mia strada, che forse dovevo trovare altri mezzi espressivi. Il fatto è che adoro leggere e se sapessi far provare ciò che gli scrittori che leggo fanno provare a me sentirei un senso di pienezza che solo la lettura a una parte di me sa dare. Ho scritto troppo mi sa, volevo solo rispondere a vinci e ho debordato
vinci
codice utente 7511
Commento #146
23/2/2013
Enio, be', questo è ovvio! ma l'avevo già detto in post precedenti: una qualsiasi attività artistica è PRIMA DI TUTTO una forma di espressione (e in secondo luogo, anche una comunicazione a un eventuale pubblico)
Nonno Eugenio Bianchi
codice utente 35736
Commento #145
23/2/2013
Grazie sire ma per l'oro credo proprio di non esserci portato. Vinci: forse mi sono espresso male. Ovvio che, nel momento in cui fai leggere le tue cose (o mostri i tuoi disegni) a qualcuno vai a caccia di visibilità ma la spinta originaria a scrivere (o dipingere) per me deve essere il desiderare di fare qualcosa che mi dia soddisfazione, qualcosa che HO VOGLIA DI FARE IO.
Il Re degli Sfigati
codice utente 48818
Commento #144
23/2/2013
Nonno te l'ho sempre detto sei una miniera d'oro.
vinci
codice utente 7511
Commento #143
23/2/2013
Nonno, io (e lilium: giusto?) non stavamo parlando di visibilità, dell'avere o meno un grande o un piccolo pubblico: stavamo parlando di avere un pubblico o di non averlo affatto. Enio, se tu le cose che dipingi le fai vedere a qualcuno, mi sembra chiaro che non le dipingi solo per te stesso: altrimenti non le faresti vedere a nessuno! Io ho scritto delle cose che ho letto solo io e che sono scritte solo per me, che nessuno mai leggerà perché io non voglio che nessuno le legga: in questo caso non ho pensato a un fruitore perché il fruitore sono io stessa. Se io scrivo un romanzo e lo iscrivo al torneo, avrò dei lettori: anche solo 10 persone che leggono una mia pagina è un pubblico. E se quel piccolo pubblico, microscopico pubblico, non capisce quello che io volevo dire o non si immedesima o non si commuove, sono io che non sono stata capace di trasmettere niente: sono io a non essere stata capace di comunicare.
vinci
codice utente 7511
Commento #142
23/2/2013
Niki: io non ho la necessità di essere pubblicata (difatti non ho mai mandato nulla a nessuna casa editrice, eccetto a questo torneo) e non la vivo come una frustrazione. E' chiaro che uno può scrivere anche romanzi (e non solo diari e poesie) e tenerseli nel cassetto, senza farli leggere a nessuno: ripeto, è una forma di espressione... uno ci mette dentro esperienze, sentimenti, emozioni. Però nel momento in cui si decide di far leggere qualcosa a qualcuno, nel momento in cui anche soltanto si desidera far leggere qualcosa a qualcuno, e solo in quel momento, ciò che si è scritto cessa di essere soltanto una forma di espressione e diventa ANCHE una forma di comunicazione: la comunicazione si attua quando c'è un mittente (l'autore) e un destinatario (il lettore). Se c'è (o potrebbe esserci) un fruitore, l'autore deve per forza considerare la sua esistenza, deve cercare di trasmettergli qualcosa, deve trovare il modo di farsi capire. Se no non è riuscito nel suo intento.
Nonno Eugenio Bianchi
codice utente 35736
Commento #141
23/2/2013
E tanto per autoincensarmi : https://plus.google.com/photos/108759209979023655713/albums/5339273531776335489/5776508610680206642?banner=pwa - https://plus.google.com/photos/108759209979023655713/albums/5339273531776335489/5339274620529883266?banner=pwa
Nonno Eugenio Bianchi
codice utente 35736
Commento #140
23/2/2013
Ho cominciato a dipingere per appendere qualcosa ai muri di casa mia. Ho cominciato ad usare l'aerografo per personalizzare la mia prima moto. Sono arrivato ad aerografare un pianoforte a coda che andava in mostra alle fiere internazionali degli strumenti musicali (chiedendo una miseria di 600 euro per un lavoro di 180 ore) ... se mi fossi preoccupato di avere visibilità non avrei mai cominciato a scrivere. Concordo con la futura splendida vecchietta !!! :)))
niki
codice utente 7837
Commento #139
23/2/2013
Lilium e Vinci: Quello che intendevo io è molto diverso. Se si perde di vista il piacere dello scrivere e subentra il voler essere letti, apprezzati, 'visti', e questa NECESSITÀ diventa predominante, si andrà inevitabilmente incontro alla frustrazione, sia che si venga pubblicati (incapacità di mandar giù le inevitabili critiche) sia che si venga scartati. Io ho almeno 10 romanzi 'nel cassetto', scritti quando non mi passava neppure per l'anticamera del cervello che potessero finire nelle mani di un editor, e non sono diari.
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