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Le parole, le storie spiegano, curano, aiutano ad affrontare una realtà cruda e insensata
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Le parole, le storie spiegano, curano, aiutano ad affrontare una realtà cruda e insensata

16 Dicembre 2021
| di
Redazione IoScrittore
Intervista a Stefania Spanò, autrice di "Nannina o dell'arte del cuntare"

Stefania Spanò è l’autrice di “Nannina o dell’arte del cuntare”, romanzo edito da IoScrittore.

Il libro in una frase

Un racconto non può cambiare il mondo, ma è necessario continuare a raccontare affinché il mondo che ci piace continui a esistere.

Amici di scaffale

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli. Elsa Morante, Menzogna e sortilegio. Giuseppe Marotta, L’oro di Napoli. Giambattista Basile, Lo cunto de li cunti. Elena Ferrante, L’amica geniale. Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine. Rebecca West, La famiglia Aubrey. Carlo Bernari, Napoli silenzio e grida.

Segni particolari

Nannina al centro del cortile col vestito rosso a fiori blu, i capelli lisci e neri raccolti nello chignon mentre trasforma il suo piccolo mondo in grande teatro.

Il legame profondo tra nonna e nipote, fatto di parole e “cunti’’ che scavano a fondo e rendono difficile e sofferto il passaggio del testimone; perché perpetuare la tradizione vuol dire tradirla e ogni tradimento implica una buona dose di sofferenza.

Il lettore è trasportato in luoghi e momenti di vita di una famiglia e di un quartiere, sorridendo e commuovendosi con loro.

Dove e quando

La storia abbraccia un arco temporale che va dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’90. Siamo a Secondigliano, periferia a Nord di Napoli, tristemente nota per le cruente rappresentazioni mediatiche legate alle faide camorristiche.

Il romanzo racconta l’altro lato della luna: il quartiere delle persone per bene che resistono ogni giorno alla violenza con la creatività e la necessità profonda di fare comunità.

Tag

 Napoli, Secondigliano, cunti, tradizione, famiglia, personagge, comunità, speranza, realismo magico.

Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore

Quando ho finito la prima stesura mi sono imbattuta nel torneo e ho pensato che sarebbe stato figo farsi leggere da aspiranti scrittori sconosciutissimi, per giunta avversari! Mi avrebbero detto, fuori dai denti, tutto quello che nel mio incipit proprio non andava.

Quando sono passata tra i 300 ho pensato che sarebbe stato ancora più figo che mi dicessero tutto quello che proprio non andava dell’intero romanzo.

Il pomeriggio della proclamazione (online) pioveva e allora mi sono detta che tanto valeva starsene in casa a seguirla, magari aveva vinto qualche romanzo per cui facevo il tifo. Poi ho sentito il mio pseudonimo e il titolo del mio libro, ho guardato in cielo e chiesto scusa alla nonna (la protagonista del romanzo) che era narratrice orale e gli scrittori le stavano cordialmente antipatici perché, diceva lei: “Facile farsi ricordare mettendo nero su bianco! Io parlo solo e la gente non mi dimentica”.

Dopo la preghiera alla nonna ho lanciato un urlo dal balcone che però non ha destato il minimo scalpore perché eravamo in pandemia e la gente cantava e urlava tutti i giorni alle finestre. E alla fine ho pensato che sarebbe stato superfigosissimo lavorare con un editor che potesse dirmi tutto quello che avrei potuto migliorare in questo e magari nei futuri romanzi.

Sono ossessiva, lo so. Fine della storia.

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