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Cantico di borgata

5 luglio 2012 | di Riccardo Melito.
Dario ed Enrico sono due giovani romani, l’uno sogna di diventare famoso grazie alla musica, l’altro lo segue mentre sbarca il lunario come meccanico, ogni tanto arrotondano cantando nell’osteria der Sor Guerino. Due tipici trentenni che si lasciano trasportare dalla vita, incapaci di reagire e di realizzarsi, imprigionati da quella borgata che li ha visti crescere. Sarà l’incontro con il bieco Capodajo, torbido manager, più calzante è il romano “ricottaro”, e la sua avvenente segretaria Gabriella, a dare una svolta al corso delle loro monotone vite. Solo attraverso una tragedia catartica, i due amici sapranno ritrovare se stessi e si faranno strada nel mondo riscoprendo l’importanza delle cose semplici e dell’amore.

La narrazione procede attraverso i pensieri dei singoli personaggi, che di capitolo in capitolo prendono la scena e raccontano il dispiegarsi degli eventi. La dimensione è esclusivamente introspettiva e l’assenza di dialoghi lascia intendere una solitudine di fondo, insuperabile. Tutto è visto con un certo distacco, non c’è più differenza tra narratore e personaggi, tanto che questi ultimi ne rivestono a turno il ruolo. A ciascuno è poi garantito il suo spazio di celebrità, così c’è almeno un capitolo per ognuno, Vergoni ci lascia assaggiare almeno un pizzico della psiche di ogni attore ed è solo la quantità di capitoli a dare il peso del suo contributo alla narrazione, non il modo in cui è affrontato e raccontato il personaggio.

A farla da padrone non è tanto la città di Roma nella sua spazialità, nei suoi luoghi; quanto il suo ethos, quell’attitudine irriverente e ironica che è nel senso comune spesso attribuita ai romani. Ethos che è rappresentato da Enrico e da Dario, due facce della stessa medaglia, buono e taciturno, ingenuo e laboriosol’uno; iperattivo e sarcastico, sfaticato e inconcludente, ma altrettanto buono e credulone l’altro. Quasi a dire che i romani sono degli scansafatiche, ma non sono cattivi. Una sorta di Rugantino bifronte, privo della mano “sverta cor cortello”.

Vergoni traccia un “Pasticciaccio brutto ai tempi di Maria De Filippi”, un ritratto delle aspirazioni frustrate di chi nasce in borgata e vuole fuggire, passare a frequentare i “pariolini”, i quartieri bene di Roma Nord, emergere, diventare famoso e non capisce che la felicità si trova invece proprio in quella borgata che gli ha dato i natali, in quelle cose semplici che rendono la vita meravigliosa, nella bontà di un gesto delicato come una carezza. La prosa è ricca di metafore, similitudini, barocchismi di ogni genere, ha un tono che si confà al talk show televisivo e ben si adatta a descrivere i pensieri di questi “borgatari”. Vergoni, già autore teatrale, trasforma in romanzo una sua commedia musicale “Sotto il cielo di Roma – Trasteverini”, traccia una storia che si snoda da un muro dell’Anagnina e affronta con ironia e leggerezza il malessere contemporaneo, che parla di buoni sentimenti, verrebbe da dire cattolica visto il “cantico” del titolo, ma priva di quel perbenismo che spesso affligge il sentimento religioso.

Su i-Libri puoi leggere l’intervista di Riccardo Melito all’autore Gianfranco Vergoni. 
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