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Conoscere è l’attività più difficile che esista: richiede determinazione, sforzo e una continua messa in discussione dei propri pregiudizi
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Conoscere è l’attività più difficile che esista: richiede determinazione, sforzo e una continua messa in discussione dei propri pregiudizi

26 marzo 2015
| di
Redazione IoScrittore
Intervista ad Alessandra Comerio autrice di "I gelsomini fioriscono al tramonto"
Il libro in una frase
L’atto del conoscere è l’attività più difficile che esista: richiede determinazione, sforzo e una continua messa in discussione dei propri pregiudizi. Il romanzo nasce da questa necessità, per me ormai ineludibile. Il mondo arabo, come ogni realtà-altra, è effettivamente distante da noi e tentare di inserirlo entro parametri di giudizio occidentali non permette neppure lontanamente di avvicinarglisi. Così, in seguito a vicende personali che mi hanno condotta in Tunisia, è nata la voglia di descrivere una piccola, piccolissima parte di quel mondo – tanto vicino quanto lontano – dal quale sono stata sfiorata. 
Amici di scaffale
Tantissimi: di filosofia, di sociologia, di narrativa. Ne cito solo alcuni, come L’immigrazione o il paradosso dell’alterità, Abdelmalek Sayad; Non-persone, Alessandro del Lago; Pelle nera, maschere bianche di Frantz Fanon; La rivoluzione dei gelsomini e Nadja di Tahar Ben Jelloun.
Segni particolari 
Partirono per le montagne dell’Atlante, restarono in ammirazione delle cascate dell’Ourika a domandarsi come potesse esistere tanta acqua dolce, nel mondo. Immersero le mani nel gelido torrente a fondovalle, si convinsero facilmente di aver intravisto un leopardo berbero – Imazigh! proprio come noi! – Furono persino benedetti da qualche fiocco di neve durante la gita a Oukmaiden, ai piedi dello smisurato Jebel Toubkal. 
“È la prima neve che vedo, Alì”.
“È la prima anche per me”.
“Assaggiamola”.
L’avevano portata alla bocca, avevano gustato il fresco del ghiaccio che si scioglieva.
“È buona…”
Si erano presi per mano. La neve, il freddo, quel gusto sulla lingua non lo avrebbero provato mai più.
“Dobbiamo godere di ogni istante, Fatma”.
“Lo so”.
“Dobbiamo tenere i ricordi stretti stretti”.
“Lo so. Non bisogna che dimentichiamo nulla. Le cascate, il leopardo, quegli alberi strani…”
“Il colore orribile dell’insegna del locale notturno, l’idromassaggio nella vasca da bagno…”
“Quella cosa che abbiamo fatto e che non avremmo dovuto fare…”
“Noi? Fatma, a che cosa ti riferisci?”
“Alla bottiglietta di liquore dentro il frigorifero. L’abbiamo finita tutta, io e te”.
“Ma questo è il Marocco!”
“Non dobbiamo dimenticare neppure di aver bevuto, dunque?”
“Non capiterà più”
“Già, Alì. Allora vorrò ricordarmene sempre”
“Tutto quello che può non capitare mai più, bisogna tenerlo vivo dentro se stessi”
“Tu. Tu, imazigh sarai per sempre vivo dentro di me”.
“Come il leopardo?”
Imazigh. Come il leopardo”.

Tag
Tunisia, Lampedusa, kifaya, Ben Alì, Trabelsi, omosessualità, tortura, integralismo, università, rivoluzione.

Dove e quando
Dove: Tunisia, a cominciare dal profondo sud fino a Tunisi con una deviazione verso il Marocco (il viaggio dei genitori di Wijdan, la protagonista) e un’altra in direzione di Lampedusa, la porta d’ingresso dei migranti più disperati.

Quando? A partire dagli anni 70 – l’epoca degli scioperi nelle miniere di Gafsa – per terminare poco dopo lo scoppio della cosiddetta «rivoluzione dei gelsomini», tra il 2010 e il 2011.

Come e perché ho deciso di partecipare a IoScrittore
Avevo partecipato con un romanzo per ragazzi alla prima edizione del concorso. Il romanzo aveva superato la selezione iniziale senza approdare a null’altro. Del resto la letteratura di genere non è il mio forte! L’anno scorso, con alle spalle la pubblicazione di un romanzo – Malamata – e di conseguenza una maggiore esperienza, decisi di riprovare con un’opera scritta ad hoc, dandomi un tempo breve per la sua stesura. Una sfida con me stessa, visto che sono una scrittrice che corregge all’infinito e di conseguenza procedo a passo di lumaca. Iniziai a scrivere i primi di Gennaio del 2014 e, se non fossero slittati i termini per la consegna dell’opera completa, non sarei mai riuscita a terminare il romanzo in maniera decente. Il giorno della premiazione, quando mi è arrivato sul cellulare un messaggio da Gems, non l’ho neppure aperto. Perché mai sforzarmi di decifrare i microscopici caratteri del telefono? Tanto, tra i nomi dei vincitori, non avrei di certo trovato il mio! Così ho atteso di essere davanti al computer, all’ora di cena. E lì… be’, un urlo di gioia, che altro sennò?

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