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Le dure leggi dell’incipit ovvero: come iniziare un capolavoro
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Le dure leggi dell’incipit ovvero: come iniziare un capolavoro

15 febbraio 2013
| di
Editor 2.0
Le prime pagine sono essenziali: è lì che l’autore costruisce il suo patto con il lettore, è lì che stabilisce le regole del gioco – anche se poi magari può divertirsi a scompaginarle. È lì, in quelle prime cartelle, che deve scattare la magia... Ma allora che cosa cerca un editor, fin dall’inizio, quando legge un romanzo?
Per l’editor, le prime pagine di un libro sono un test cruciale.
Perché nell’inizio del libro l’editor cerca quello che ci deve trovare il lettore. E cerca di capire anche come comunicarlo.
Tra chi legge per una casa editrice e il normale lettore c’è infatti una differenza. Il lettore non è (o non deve essere) consapevole di tutto quello che c’è in un libro (e nel suo incipit): gli è sufficiente abbandonarsi al piacere della lettura. Si potrebbe aggiungere che a volte nemmeno l’artista – l’autore – è del tutto consapevole di quello che ha fatto, e che solo una attenta lettura può chiudere il cerchio.

Invece un editor deve sapere quello che c’è in un testo, per capire se quel testo ha davvero la magia necessaria per conquistare i lettori. Lo deve individuare, utilizzando le proprie competenze, sensibilità, esperienza, fiuto. Deve scoprirlo, riga dopo riga, frase dopo frase, pagina dopo pagina: e per questo ci vogliono curiosità e fiducia.
Però la curiosità e la fiducia del lettore non sono infinite: dopo un po’, se non è soddisfatto, il lettore lascia perdere. Smette di leggere. Nemmeno la pazienza dell’editor è infinita: un po’ perché è un lettore anche lui (“Se mi stufo io, si stuferà anche il mio lettore”, pensa).

Se l’attrazione fatale non scatta dopo un certo numero di pagine, molto probabilmente non scatterà nemmeno procedendo con la lettura. Oltretutto i libri che atterrano sulla scrivania di un editor sono decine e decine, e lui (o lei) sta cercando qualcosa di davvero speciale.
Per questo le prime pagine sono essenziali: è lì che l’autore costruisce il suo patto con il lettore, è lì che stabilisce le regole del gioco – anche se poi magari può divertirsi a scompaginarle. È lì, in quelle prime cartelle, che deve scattare la magia…
Ma allora che cosa cerca un editor, fin dall’inizio, quando legge un romanzo?
Ecco alcune delle cose che un editor cerca: non le troverà tutte, ma se ne trova almeno un paio continuerà a leggere. Anche dopo l’incipit.
1. IL PIACERE DEL RACCONTO
“C’era una volta…”
Siamo affamati di racconto, di storie. Ce le facevamo raccontare dalla mamma o dalla nonna quando eravamo bambini. Ora le andiamo a cercare nei libri, a teatro, nel film. Le troviamo sulle pagine dei giornali (magari nella cronaca nera) e nella Storia, quella con la S maiuscola.
Le cerchiamo, da sempre, nei miti. Le storie ci plasmano: plasmano le collettività, ma plasmano anche la nostra identità: l’autobiografia è il racconto di una vita.
Nel XXI secolo, nell’era della comunicazione breve e istantanea, ci fabbrichiamo delle storie persino a partire dai Tweet, e le chiamiamo “storify”.
Un incipit, allora, per funzionare deve riuscire a trasmettere questa necessità di racconto – e la necessità di condividere un piacere: perché c’è il piacere di chi narra, e quello di chi ascolta, o legge, o guarda. Quando questi due piaceri si incontrano, allora val la pena di continuare.
Ma non viviamo più nel tempo della favole. Il fatale “C’era una volta”
possiamo anche precisarlo meglio: può dare informazioni sull’epoca in cui è ambientato il romanzo, sul luogo in cui si svolge (o inizia) la vicenda, sul protagonista (o su un personaggio). Qualche esempio?
“Quando il dottor Richard Diver giunse volta a Zurigo nella primavera del 1917 aveva ventisei anni, un’ottima età per un uomo, l’apice per uno scapolo” (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte).
“Era un vecchio che pescava da solo su una piccola barca a vela nella Corrente del Golfo, ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce” (Ernst Hemingway, Il vecchio e il mare).
Il tempo, il luogo, il protagonista. A volte è giusto partire così, con queste “informazioni di base,”, e poi lasciar fluire il racconto.
A volte, invece, è meglio lasciare al lettore il gusto della scoperta.
Piano piano…
2. LA VOCE
“Chiamatemi Ismaele.”
C’è il racconto. Ma c’è anche qualcuno che racconta, e che si assume la responsabilità del racconto. Dev’essere una voce credibile, autorevole.
Può essere l’autore onnisciente, un narratore che sa tutto dei personaggi e delle loro vicende (o almeno così si presume). È un narratore che si può nascondere dietro l’oggettività dei fatti, fin quasi a scomparire.
Al polo opposto il narratore può essere, come nel caso di Moby Dick, un testimone della vicenda che si andrà a narrare “in soggettiva”, o addirittura il suo protagonista. Il lettore vede e vive la storia attraverso la propria esperienza, perché il protagonista comunica quello che sa al lettore man mano che lo apprende, o lo ricorda.
Ancora, nel corso del racconto la voce narrante può cambiare: per esempio, l’autore può “delegare” ogni capitolo a un diverso narratore, con il suo punto di vista.
Torniamo ancora per un attimo a Moby Dick: con due parole – gli bastano due parole – Herman Melville inizia il dialogo con il lettore.
Dice subito che è il racconto è in prima persona, e ci verrà fatto da un testimone dei fatti. Ismaele, poi, nella Genesi, Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, e con la madre verrà cacciato nel deserto: è l’esule, il vagabondo…
Ma attenzione! C’è un trucco… Perché Melville non ha scritto “Io sono Ismaele”, ma “Call me Ishmael”, “Chiamatemi Ismaele” (o “Chiamami Ismaele”). Tra la voce narrante e la persona che narra – anche nel caso della più sincera della autobiografie – c’è sempre uno scarto, più o meno grande, una distanza magari piccola, quasi invisibile e tuttavia incolmabile.
Nell’incipit, ragiona un editor, devo capire chi mi sta raccontando questa storia. Se la sua voce è credibile. Non devo capirlo necessariamente subito, nelle prime righe: posso anche scoprirlo piano piano, perché magari l’autore ci gioca un po’, con l’identità di chi narra.
Tuttavia la credibilità e la coerenza di questa voce – negli eventi e nelle emozioni che racconta, ma anche nella lingua, nello stile, nel tono con cui li comunica – è un elemento essenziale per catturare la fiducia del lettore, e per far sì che continui a seguire il racconto… anche dopo l’incipit.
3. LA CURIOSITÀ
“Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.”
Be’, voglio saperne di più. È solo una fantasia, un incubo? O è la realtà, e Gregor ha davvero subito quell’orribile trasformazione? E poi voglio sapere perché Gregor Samsa è diventato un insetto, e che cosa farà, adesso che si è trasformato in una blatta. Come reagiranno gli altri?
Con una sola immagine, Franz Kafka cattura il lettore della Metamorfosi. È lo stesso meccanismo di curiosità che s’innesta nei gialli: c’è un morto, voglio sapere chi è stato e finché l’autore non me lo fa scoprire, continuo a leggere… (Ma se io, lettore, scopro troppo presto chi è l’assassino, resto deluso.) Li chiamano “page-turner”, i libri che inizi a leggere e non puoi più smettere, perché finita una pagina, la giri subito per capire che cosa succederà nella pagina successiva, perché ti tiene con il fiato sospeso, perché vuoi saper come andrà a finire, perché quell’emozione è così potente che non puoi lasciarla a metà, perché quel ritmo e quello stile ti hanno conquistato e non vuoi abbandonare la danza…
4. LA PROVOCAZIONE
“Avevo vent’anni e non permetterò mai a nessuno di dire che è la più bella età della vita.”
Così inizia Aden Arabia dello scrittore francese Paul Nizan, capofila di tutti gli indignados. È una partenza fulminante, che dà il tono all’intera opera. È una provocazione, uno schiaffo, contro il mondo – e forse anche contro il lettore. La provocazione può respingere qualche lettore, ma per molti altri può diventare una sfida: “Prova a seguirmi su questo terreno”, sembra dire l’autore, “vediamo se ce la fai”.
Un altro incipit shock? Quello dello Straniero di Albert Camus. “Oggi è morta mia madre. O forse ieri, non lo so.”
Chi osa parlare con tale freddezza, con tale distacco, di un evento così drammatico e sconvolgente?
La provocazione si può muovere su diversi terreni: morale, politico, religioso, estetico, generazionale… È una sfida al lettore: l’autore gli chiede: “Prova a vedere se indovini chi è l’assassino”, oppure “Prova a vedere se resisti alla paura o all’orrore che provoca la mia storia”, o ancora: “Prova a vedere se puoi sostenere questa verità scomoda, difficile, paradossale”…
Quella della provocazione è una strada difficile e pericolosa: non sono pochi gli scrittori che hanno fatto una brutta fine…
Stabilisce un patto difficile con il lettore. Non basta lanciare la provocazione o la sfida: poi bisogna sostenerla per tutto il libro, rilanciare e approfondire, pagina dopo pagina… Bisogna continuare a dare schiaffi al lettore, nella speranza che ne voglia altri…
Se la provocazione regge per qualche decina di pagine, senza sgonfiarsi, allora c’è da sperare che regga per un libro intero…
5. LE VERITÀ ETERNE
“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia è infelice a modo suo.”
La frase promette moltissimo, e le pagine che seguono non deludono le aspettative. Perché questo è l’aforisma con cui inizia Anna Karenina di Lev Tolstoj. Da un certo punto di vista, questa potrebbe essere la morale della favola, la conclusione a cui arriva la storia. Tolstoj invece la usa per agganciare il lettore con una verità forse banale, ma a cui nessuno aveva pensato, o aveva saputo esprimere con la stessa chiarezza e sintesi.
Anche Jane Austen, in Orgoglio e pregiudizio, punta al bersaglio grosso: “È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”.
Scrivere un capolavoro, riuscire a condensare il romanzo in una frase memorabile e passare alla storia per il libro e per l’aforisma non è semplice. Ci vuole un genio. Insomma, è una strada difficile, ci vogliono una certa ambizione e gusto del rischio. Insomma, sconsigliato ai principianti.
Ma trovando l’aforisma giusto, ci si può sempre provare…
6. MILLE E UNO MODI PER INCURIOSIRE UN LETTORE (E UN EDITOR)
Abbiamo visto che in una frase – nella frase iniziale di un romanzo – ci possono stare moltissime cose.
Meglio giocarsela bene. Ricordando due cose: primo, non esiste mai una ricetta precostituita e le regole, in letteratura e in genere nell’arte, sono fatte per essere infrante (con intelligenza). Secondo, che non esiste regola ma bisogna sempre fare la cosa giusta!
Inutile aggiungere che nelle poche parole dell’incipit non ci si può inzeppare tutto. Però nelle pagine seguenti si possono – e si devono – mettere molte altre cose. Devono emergere il tono, il ritmo del racconto. Bisogna poter individuare la voce del narratore, il suo stile. Si iniziano a trasmettere emozioni…
Un bravo lettore attraversa queste prime pagine, e inizia a capire di che libro si tratta, che reazioni suscita in lui, che curiosità accende…
Un editor, poi, tenderà a catalogare il libro con una di quelle etichette che chiamiamo “generi”. Gli serve perché così potrà raccontarlo più efficacemente ai lettori: capisce quale possa essere il pubblico di riferimento, quali possano essere gli antecedenti di successo a cui quel libro può essere accostato, su quali elementi giocare per presentarlo al pubblico.
7. L’INCIPIT PIÙ BRUTTO DELL’ANNO
Quelli che abbiamo letto, sono gli incipit di alcuni capolavori della letteratura. Però sono anche i brutti incipit, quelli che riescono male. C’è addirittura un concorso che premia il peggiore incipit dell’anno. Naturalmente viene assegnato in Inghilterra.
L’ispirazione è arrivata da uno degli incipit più celebri della letteratura: “It was a dark and stormy night…”, “Era una notte buia e tempestosa…”, vergata da Edward Bulwer-Lytton, uomo politico e scrittore britannico, nel suo racconto Paul Clifford e resa celebre dai fumetti: proprio con quella frase grottesca iniziava invariabilmente il suo romanzo anche il bracchetto Snoopy, battendo i tasti della sua macchina per scrivere sopra la cuccia, nelle vignette dei Peanuts…
Quella frase, che riassume molti cliché, è diventata ridicola. Non è più l’inizio di una romanzo “di paura”: è l’inizio della sua parodia!
(Per i più pignoli, “C’était une nuit orageuse et sombre”, “Era una notte tempestosa e scura”, l’ha scritto anche Alexandre Dumas nei Tre moschettieri… E l’incipit del Nome della rosa, “Era una bella mattina di fine novembre”, come ha confessato lo stesso Eco, è ispirata a Snoopy e dunque Bulwer-Lytton…) Il Bulwer-Lytton Fiction Contest (sito www.bulwer-lytton.com) premia dal 1983 i peggiori incipit inediti, divisi in diversi generi: detective, western, fantascienza, amore eccetera. Sono frasi davvero raccapriccianti, che tolgono la voglia di proseguire. Sono fatti di luoghi comuni, di esagerazioni, di accumulo: concorrenti scimmiottano quegli sono scrittori che vogliono essere efficaci e finiscono per cadere nel ridicolo.
Però, se i tuoi colleghi di IoScrittore, dopo averti letto, daranno al tuo incipit un giudizio profondamente disonorevole, traduci la prima frase in inglese e mandala subito alla giuria del Bulwer-Lytton Fiction Contest. E che Snoopy te la mandi buona!
IL CONSIGLIO
A volte l’incipit – come il titolo del libro – lo puoi trovare quando hai finito di scrivere. E non è necessariamente la prima frase che hai scritto, quando è arrivata l’ispirazione, o quella che c’è a riga 1 di pagina 1, alla dodicesima riscrittura.
Quando hai finito, insomma, non hai ancora finito.
Prova a rileggere le prime venti, trenta-cartelle del tuo romanzo.
Forse lì, incastonata nei paragrafi iniziali, c’è la frase giusta: quella che cattura il lettore, quella che condensa il senso del libro, quella che fa scattare curiosità e immaginazione.
L’avevi scritta, era la frase giusta per l’incipit, e non te n’eri accorto. E se sei molto pigro, puoi sempre sperare in un buon editor: magari la trova lui.
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